Scopri quanto grasso hai con un semplice calcolo

GRASSO CALCOLO – Basta con i calcoli a occhio davanti allo specchio e sopra la bilancia. Per sapere se uno è grasso il test dei jeans (si chiudono, non si chiudono, si chiudono solo se sei sdraiato sul letto e trattieni il fiato) può essere sostituito da calcoli semplici ma scientificamente affidabili. Si tratta in sostanza di stabilire il proprio IMC, alias Indice di Massa Corporea. Semplicissimo: basta pesarsi e poi dividere i chili per il quadrato dell’altezza. Per esempio un signore che pesa 90 chili per un metro e 80 dovrà dividere 90 per 3,24 (cioè 1,80 per 1,80). Il risultato è 27,7 periodico, quindi il signore in questione è ciccio ma non obeso. Infatti se il risultato è da 18,5 a 25 si è normali, da 25 a 30 sovrappeso e da 30 in avanti obesi.

E in mezzo agli obesi viviamo. In questo grande e grasso mondo, sono ormai 500 milioni. Un dato allarmante che lo diventa ancora di più perché gli obesi sono raddoppiati negli ultimi 30 anni. In pratica, oggi è obeso un adulto su 10, anzi un’adulta perché le donne, anche in questo campo, battono gli uomini: 297 milioni di balene (il 13,8% delle femminucce) contro 205 milioni di ciccioni (il 9,8 dei maschietti).

Le conclusioni sono state publicate venerdì scorso on line dalla prestigiosa rivista inglese «The Lancet» e sono il risultato di un’ampia analisi su dati raccolti fra il 1980 e il 2008, finanziata dalla Fondazione di Bill Gates e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e coordinata dai professori Majid Ezzati dell’Imperial College di Londra e Goodarz Danaei di Harvard. Sorpresa: i più «grossi» del pianeta non sono gli americani come tutti pensano, ma gli abitanti della piccola isola di Nauru, nel Pacifico: i circa 10 mila isolani hanno un IMC che oscilla fra il 34 e il 35. Nulla di misterioso: all’epoca del boom dei fosfati, che diedero all’isola un passeggero benessere, i suoi abitanti si convertirono massicciamente al «junk food», il cibo spazzatura. Risultato: una percentuale di obesi superiore al 90% (certificata anche dal Guinness dei primati) e un altro record negativo, la più alta percentuiale mondiale di diabetici, più del 40% della popolazione.

Gli americani, che sulla capacità di ingurgitare hamburger e patatine non sono secondi a nessuno, quanto a IMC sono fermi a quota 28, con l’aumento più marcato: circa un punto a decennio. Dall’altra parte, a ricordarci che il mondo è pieno di gente che mangia troppo ma anche di gente che mangia troppo poco, c’è il Bangladesh (IMC a 20,5 per le donne e a 20,4 per gli uomini), mentre i più magri in assoluto sono i maschi della Repubblica democratica del Congo: 19,9. I giapponesi, che non hanno certo problemi a trovare cibo, sono i più virtuosi fra gli abitanti dei Paesi sviuppati, con un IMC di 22 per le donne e di 24 per gli uomini. L’Europa è stabile e, al suo interno, sarà forse merito della dieta mediterranea, l’Italia è fra le più snelle, con una proporzione di obesi inferiore al 10% laddove quella dei vicini spagnoli, francesi e tedeschi è fra il 10 e il 20% e quella degli inglesi fra il 20 e il 30.

«The Lancet» pubblica anche una ricca messe di dati su altri due flagelli dell’umanità globalizzata: l’ipertensione e il colesterolo. Sul primo fronte, gli ipertesi sono ormai un miliardo, quasi raddoppiati rispetto ai 600 milioni del 1980. L’ipertensione viene tenuta più sotto controllo nei Paesi che ne soffrivano già prima della mondializzazione (chi ha fatto più progressi sono gli uomini in America del Nord e le donne in Austalia), ma la pressione arteriosa è cresciuta molto nell’ex Europa comunista, dove evidentemente si stava meglio quando si stava peggio, e anche in alcuni Paesi africani. Infine, il colesterolo: nei Paesi ad alto reddito, colpisce di più Groenlandia, Islanda, Andorra e la Germania (tutte quelle salsicce…), di meno la Grecia. Ma, in generale, il tasso diminuisce nei Paesi ricchi e aumenta in quelli che lo stanno diventando, come la Cina. E’ la globalizzazione del colesterolo.

La Stampa