Mafia, deposizione di Conso al processo per le stragi del 1993: “Non so niente di intese sul 41 bis”

Giovanni Conso

STRAGI ’93: DEPOSIZIONE DI CONSO – Non sa nulla di intese, nè di mediatori, nè di nessuna possibile trattativa tra mafia e Stato per la revoca del 41 bis (il carcere duro ai mafiosi) in cambio dell’interruzione della campagna di autobombe nel ’93 a Roma, Firenze, Milano. Con fermezza Giovanni Conso, 88 anni, ministro della giustizia prima con Giuliano Amato e poi con Carlo Azeglio Ciampi tra il ’93 e il ’94, ha allontanato ogni illazione su un suo interessamento per questo presunto patto ‘segreto’ mentre veniva ascoltato, stamani, al processo di Firenze contro il boss Francesco Tagliavia per le stragi in continente. “Di intese con la mafia non ne so nulla assolutamente, vivevo nel mio bunker”, ha detto Conso replicando alle parti sulla mancata proroga del 41 bis a 140 mafiosi nel novembre del 1993. E “sentirmi sospettato non dico di sbagli nel ruolo di ministro della Giustizia, ma che io possa aver avuto vicinanza con la mafia, non esiste nemmeno lontanamente e mi offende”. Anche al difensore di Tagliavia, Luca Cianferoni, su eventuali “mediatori“, Conso ha replicato: “Non mi risultano”. Poi l’ex guardasigilli, che succedette a Claudio Martelli, ha detto che «sul 41 bis non posso escludere che tra due funzionari una sera a cena possa nascere un’intesa, ma escludo anche questo». Affermazione che non ha convinto il capogruppo del Pdl in Senato, Maurizio Gasparri: “Conso non vuol sentir parlare di trattativa tra Stato e mafia. Lui non c’entra, ma non esclude che qualche funzionario abbia potuto prendere contatti con la criminalità”. “Conso ci sta abituando a dichiarazioni con il contagocce e non spiega le reali motivazioni che lo hanno spinto nel giro di quattro mesi a cambiare completamente posizione”. Peraltro le parti hanno insistito – non ha fatto domande il pubblico ministero – proprio sui mancati rinnovi dei 41 bis in scadenza. Nel luglio ’93 ne vengono confermati circa 300, ha ricordato Conso, ma nel novembre successivo a 140 mafiosi non viene prorogato il carcere duro: l’iniziativa è sua e scatta dopo aver ritirato la delega sul 41 bis ai vertici del Dipartimento di amministrazione penitenziaria (Dap). “Perchè quelle 140 revoche?”, gli è stato chiesto. L’ex guardasigilli, che ha ribadito la decisione presa da solo come detto alla commissione antimafia nel novembre 2010, ha affermato di “non aver ricordi precisi” ma anche che “di fronte al numero notevole di detenuti suscettibili di 41 bis bisognava andare con cautela, non sciabolare”. Revoca di cui è stato acquisito agli atti del processo fiorentino il relativo decreto. Un ’93 definito da Conso ‘anno nerissimo’. Anche il clima nei penitenziari era difficile: “Il carcere duro aveva aumentato astio e malumore tra i detenuti e anche tra gli agenti di custodia”. Se gli attentati abbiano pesato sul ruolo di ministro, Giovanni Conso ha affermato: “Non escludo nulla”. In quel periodo, ha spiegato, “bisognava smussare”, la tensione “bolliva in pentola in modo terribile, c’era un omicidio al giorno e poi i terribili attentati. Poi tutto si è fermato. Sono gli eventi che parlano da soli”. Il presidente della corte, Nicola Pisano, ha chiesto se si capiva la matrice mafiosa delle stragi. “Si poteva capire o non capire – è stata la risposta -. Non si escludeva nulla, dopo Capaci e via D’Amelio c’era lo sconforto più totale”. E ancora è stato ricordato un suggerimento venutogli nel marzo ’93 dal direttore del Dap, Nicolò Amato (che oggi doveva testimoniare ma era assente per malattia) per revocare il 41 bis. “Quella nota riprende uno slogan di Nicolò Amato cioè il carcere della speranza che desse ai detenuti motivo di sperare in qualcosa”. Per il presidente dell’associazione dei Georgofili di Firenze, Giovanna Maggiani Chelli, invece, “si è capito che l’incapacità dello Stato a proteggere i nostri figli davanti alla mafia è stata totale”.

Fonte: Ansa