Pirati della Somalia: affare da 150 milioni all’anno, milizie islamiche chiedono il pizzo, la Royal Navy pensa a flotta provata

PIRATI DELLA SOMALIA – Intorno al fenomeno della pirateria marittima in Somalia ruotano forti interessi e intrighi internazionali. Un mare di dollari si riversa nel mare dei pirati. Soldi che fanno gola a tanti. Oltre a quelli dei riscatti pagati finora, per riottenere indietro navi e uomini catturati dai pirati somali. Riscatti che sono tra i 100 -150 milioni di dollari almeno nel 2010, cui si devono aggiungere anche i costi delle spedizioni, aumentati vertiginosamente, e quelli per contrastare il fenomeno. Nonostante il contrasto però, gli assalti dei pirati somali nell’Oceano Indiano e al largo del Corno D’Africa non cessano anzi, i predoni del mare hanno affinato le proprie tecniche e ampliato il loro raggio d’azione. Questo rende, sentendo le tante voci che si elevano, il fenomeno della pirateria marittima una minaccia per i commerci e il turismo marittimo, e la libera navigazione. Una minaccia resa forte dal fatto che i moderni filibustieri sono dotati di mezzi moderni e hi tech. I nuovi predoni del mare sanno adoperare con maestria internet e i sistemi satellitari di rilevamento e sono in grado di compiere transazioni bancarie e hanno contatti internazionali che, poi, gli consentono di riciclare i proventi dei loro arrembaggi.

I predoni del mare operano nelle acque della Somalia dove regna il caos ormai da oltre un ventennio e avanza la sua islamizzazione. Gruppi ribelli islamici filo al Qaeda ne controllano gran parte del territorio. Il principale è quello dello al Shabaab. Un gruppo che sembra che tragga anche guadagno dal fenomeno. E’ infatti emerso in questi giorni che i miliziani di al Shabaab praticano il pizzo sui sequestri delle navi. Un pizzo che arriva fino al 20 per cento del riscatto pagato ai pirati somali per il rilascio della nave e suo equipaggio. Una vera e propria ‘camorra’ che sta prendendo piede da quando i miliziani islamici stanno prendendo il controllo delle città portuali lungo la costa nord-orientale della Somalia dove si trovano alcuni dei covi pirati. Qui, infatti, trovano rifugio le varie gang del mare che scorazzano nel mare dei pirati. Queste sono più o meno sette e possono contare su un piccolo esercito di circa 2mila uomini. Nel corso degli anni questi pirati hanno raccolto larghi consensi popolari. Tanto è vero che intere cittadine portuali sono solidali e collaborano con loro partecipando anche alla gestione dei sequestri e alla ripartizione dei proventi. Un fatto questo che ha dato vita ad una sorta di moderna Tortuga da cui partono i moderni filibustieri per inoltrarsi, a bordo di barchini spinti da potenti motori, anche per centinaia di miglia all’interno dell’Oceano Indiano a caccia di una preda da abbordare. Un fatto questo, che in pochi anni ha fatto assumere al fenomeno preoccupanti dimensioni. Di recente l’IMB, l’International Maritime Bureau, con sede a Kuaka Lumpur in Malesya, ha reso noto un documento in cui indica che nel 2010 il fenomeno della pirateria ha raggiunto il suo picco assoluto in sette anni, con un totale di 445 tra abbordaggi e attacchi andati a vuoto, lo stesso numero che si era registrato nel 2003. Mentre l’organizzazione Ecoterra International, con sede in Kenya, ha reso noto che sono almeno 49 le navi e 815 i marittimi attualmente in mano ai pirati somali.

Tra le navi e marittimi trattenuti in ostaggio, la petroliera italiana Savina Caylyn e cinque italiani. L’estendersi del pericolo ha indotto diversi Paesi a lanciare l’idea di creare un apposito Tribunale Penale Internazionale, Tpi, come quello già operante all’Aja per i crimini di guerra, contro l’umanità e il genocidio, per condannare gli atti di pirateria marittima. Una proposta però, osteggiata da molti altri Paesi, Somalia in testa. Il perché non è comprensibile in quanto l’istituzione di un tale istituto giuridico aiuterebbe a arrestare, giudicare e condannare i pirati catturati. Pirati che solo nei casi di flagranza di reato sono giudicati e condannati. Il più delle volte infatti, dopo essere stati catturati dai militari dei pattugliatori internazionali, soprattutto per la mancanza di testimoni, sono riportati sulla terraferma e rilasciati. Le regole d’ingaggio a cui sono vincolati i Paesi che partecipano alle varie missioni antipirateria sono molto limitative per loro e anche se i pirati vengono colti con le mani nel sacco non è sempre certa la pena. I pirati somali catturati in genere vengono consegnati alle autorità del Kenya. Con questo Paese africano la comunità internazionale ha siglato un accordo che gli consente di poter processare i filibustieri catturati e se condannati detenerli nelle propria carceri. Ovviamente questo passaggio ha un costo per la comunità internazionale che paga il disturbo al governo di Nairobi.

Però, mentre da un lato si frena su una proposta dall’altro in tanti, moltissimi, spingono per un’altra. Da un po’ di tempo sta prendendo piede un progetto ideato e promosso dai Lloyd’s di Londra. Un progetto che consiste nel creare una flotta navale armata privata da utilizzare per scortare i mercantili e difenderli da eventuali attacchi dei pirati somali. Per la quale sembra si stato scelto anche un nome: ‘Convoy Escort Programme’, ‘Programma di Scorta ai Convogli’. L’obiettivo denunciato è quello di voler appunto difendere il commercio internazionale minacciato dai pirati somali. Il progetto prevede la formazione di una flotta di 18 navi. Si tratterebbe per lo più di navi mercantili convertite in navi da combattimento con un armamento in grado di respingere gli assalti dei pirati somali e su cui sarebbe imbarcata anche una Task force autorizzata ad aprire il fuoco contro gli assalitori. Un progetto che peserebbe economicamente sulla comunità internazionale. Esso dovrebbe avere un costo iniziale di circa 17 milioni di sterline, coperto in parte attingendo a fondi Ue destinati alla lotta alla pirateria marittima. Per la gestione non è stato invece, ancora fatto un calcolo. Il progetto una volta avuto il via libera potrebbe diventare operativo nell’arco di pochi mesi. La flotta navale privata dovrebbe operare sotto la supervisione della Royal Navy, la marina britannica, e l’equipaggio dovrebbe sottostare alle norme internazionali. Appare però, difficile credere quanto possa essere alto il suo contributo alla lotta alla pirateria somala. Soprattutto riuscire la dove poco stanno riuscendo le tre missioni navali militari internazionali operanti nel mare dei pirati. Si tratta del dispositivo anti pirateria creato dal Pentagono e gestito dalla V Flotta USA, Combined Task Force, Ctf-151, la missione dell’Alleanza Atlantica ‘Ocean Shield’ e la missione ‘Atalanta’ a guida Ue. Oltre alle decine di navi da guerra che operano individualmente. E’ impensabile che la dove hanno finora fallito, almeno in parte, le navi da guerra di ben 15 nazioni, presenti nel mare dei pirati dal 2008 in veste anti pirateria marittima, possa riuscirci una flottiglia di 18 navi mercantili armate per l’occasione.

Nel mare del Corno D’Africa e dell’Oceano Indiano è in corso una sfida quotidiana, a volte impari, tra le potenze navali mondiali e i pirati somali ed ora una ‘Armada privata’ vorrebbe erigersi a risolutrice di tutto. Come se bastassero poche navi e pochi uomini armati per debellare il fenomeno della pirateria somala. I pirati somali sono arrivati persino ad attaccare le stesse navi da guerra figuriamoci dei mercantili ‘imitazione’ di una nave da guerra. Inoltre, finora il lavoro delle decine di pattugliatori navali militari è stato reso arduo in quanto l’area da pattugliare è vasta circa 2,5 milioni di chilometri quadrati. Un’area che nemmeno 500 navi potrebbero sorvegliare appieno. Pertanto, alla fine i ‘nuovi arrivi’ potrebbero solo aggregarsi alla ‘festa’, ma non potrebbero fare nulla di più. Una festa che frutta decine di milioni di dollari l’anno a chi vi partecipa. Un ricavo che viene soprattutto dalle spese che i Paesi che partecipano alle missioni anti pirateria devono sostenere. Il costo per il mantenimento di ogni nave da guerra, varia dai 100mila ai 200mila dollari al giorno. La stima fatta è ripartita tra costi carburante, viveri e manutenzione forniti dai Paesi che si affacciano sul mare dei pirati, Gibuti e Yemen in testa. Sul costo incidono anche le indennità dovute agli equipaggi militari delle navi. Indennità molto alte e che hanno scatenato una sorta di corsa alla missione. Il computo per difetto del costo della sola missione Ue Atalanta è di circa 2 milioni di euro al giorno pari a 720milioni all’anno. All’Italia una missione di circa tre mesi di un’unità navale della Marina Militare costa circa 9 milioni di euro. Da una prima analisi di questi dati si nota subito che i costi per mantenere le diverse flotte internazionali anti pirateria marittima nel mare dei pirati sono elevatissimi, quasi un miliardo di euro l’anno. Forse a fronte del costo da sostenere, a conti fatti, converrebbe più lasciare lavorare i predoni del mare in pace che infastidirli. Però, forse interessi trasversali rendono questa ipotesi inapplicabile.

In Italia però, la notizia di una flotta navale privata anti pirati somali è stata accolta positivamente. Il commento della Confederazione italiana degli Armatori, Confitarma, non si è fatto attendere. “Il progetto ideato dai Lloyd’s di Londra di formare una propria flotta armata per scortare i mercantili e difenderli dagli attacchi dei pirati è un’ulteriore segnale della gravità della situazione e dell’esigenza di trovare al più presto soluzioni per garantire la libertà dei traffici marittimi e la sicurezza delle navi e degli equipaggi.

Pur non avendo sufficienti informazioni su contenuti, termini e modalità del progetto per esprimere un parere, ritengo però che ogni iniziativa in tal senso è vista con favore”, ha affermato Paolo D’Amico, presidente di Confitarma ricordando che: “Quanto invece alle misure per proteggere le navi battenti bandiera tricolore l’armamento italiano da parte sua ha chiesto al Governo, già da parecchi mesi, la possibilità di avere personale armato sulle navi nazionali, esprimendo il suo favore per il progetto dello Stato Maggiore della Marina che prevede l’imbarco di militari italiani. Ma qualora tale soluzione non potesse essere adottata, gli armatori italiani sono disposti anche a misure che prevedano l’imbarco dei cosiddetti contractor privati”. Quella dei vigilantes privati a bordo dei mercantili italiani è un idea caldamente sostenuta non solo da alcuni armatori, ma anche da politici del Pdl e dallo stesso ministro della Difesa, Ignazio La Russa. La scorsa settimana parlamentari del partito al governo in Italia hanno presentato una proposta di legge per consentire l’utilizzo di vigilanti privati nelle navi mercantili. Una proposta messa in calendario alla commissione Affari Costituzionali della Camera. Un’ipotesi questa, ritenuta da molti da bocciare, Sindacato dei Marittimi, SDM, in testa. Per molti è ritenuta controproducente oltre che pericolosa. Questo perché oltre a mettere in pericolo l’incolumità dell’equipaggio, il tenere uomini armati a bordo delle navi mercantili comporterebbe di certo problemi di scalo nei porti commerciali di alcuni Paesi nel mondo in cui le armi sono proibite. Inoltre, qualcuno aveva anche fatto presente che la presenza di armi a bordo delle navi mercantili quanto potesse fungere da incentivo per i predoni del mare e spingerli ad attaccare la nave per impadronirsene.

Per quanto riguarda il nuovo progetto avanzato dai Lloyd’s di Londra è facile, alla luce delle esperienze passate, che privati operando in una terra di nessuno anzi in un mare di nessuno, com’è il mare dei pirati, questi potrebbero sentirsi legittimati ad agire secondo il proprio arbitrio. E le conseguenze sono facilmente immaginabili. Su come difendersi dagli assalti dei pirati somali se ne parla da anni. Il fenomeno è vecchio di almeno sei anni, ma mai, come negli ultimi tre, ha fatto sentire tutto il suo peso. Sulla questione si è aperto, a livello internazionale, un forte dibattito. L’attenzione in Italia sul fenomeno della pirateria marittima nel mare del Corno D’Africa è temporizzata. Sembra quasi che in Italia parlare di pirateria marittima sia quasi vietato o per lo meno sembra non interessare l’opinione pubblica nazionale. L’interesse si è però riacceso dopo che l’8 febbraio scorso una petroliera italiana, la ‘Savina Caylin’ è stata sequestrata dai pirati somali. Per molti è chiaro che come avvenne per il sequestro del Buccaneer, anche stavolta con ‘Savina Caylin’ l’andazzo sarà lo stesso e alla fine l’Italia pagherà il riscatto per ottenere il rilascio di uomini e nave.

Ferdinando Pelliccia