Intervista esclusiva a Mario Sesti, l’uomo che ha lanciato il Festival del Cinema di Roma

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Mario Sesti

INTERVISTA A MARIO SESTI –

Mario Sesti è uno di quelli che vuole rilanciare il nostro cinema, e ce la sta mettendo tutta per farlo. Laureato in filosofia è stato anche professore in un liceo romano. E’ uno dei principali organizzatori del primo Festival del Cinema di Roma. Della sua carriera si ricordano opere e saggi su grandi registi italiani, come Pietro Germi e Nanni Moretti, ma anche su autori stranieri come Jane Campion.
E’ collaboratore de La Repubblica e di Ciak ed è tra i direttori artistici della Festa del Cinema di Roma.
Ci ha fatto enorme piacere intervistarlo, e ora vi proponiamo in esclusiva le sue parole:

Il festival di Roma è uno degli eventi nati negli ultimi anni, quelli della crisi. Una ventata d’aria fresca per la nostra nazione, che va barcollando. La crisi ha colpito profondamente lo spettacolo italiano, e si vocifera che addirittura Cinecittà possa chiudere. Che ne pensi?

Mi fa piacere che qualcuno abbia questa idea e credo che molti tra le centinaia di migliaia degli spettatori del festival la pensino così – come sai, anche di recente, rappresentanti del governo hanno espresso un’ opinione assai diversa. Credo che il discorso sia più generale. E’ evidente che la politica di aspri tagli cui la politica del governo ha sottoposto settori come la ricerca, l’istruzione, lo spettacolo, è un segnale politico inequivocabile di ostilità, incomprensione, diffidenza e forse anche disprezzo. Però ricordo che circa un anno fa Baricco sulle pagine della Repubblica lanciò una provocazione che a me sembrò davvero salutare: siamo sicuri che finanziare bellissimi e costosissimi eventi abbia prodotto l’effetto giusto? Voglio dire, è evidente che l’opera, il cinema, la cultura in generale hanno bisogno del sostegno dello Stato e che privarli di tale sostegno è un gesto allo stesso tempo autolesionista (la Cultura è l’unica materia prima di cui questo paese sia ricco) e minaccioso (il governo attuale sente coloro che fanno cultura come una insormontabile opposizione a se medesimo), ma possiamo davvero dire che questa strategia abbia rotto l’isolamento culturale che la grande cultura di linguaggi come quelli dell’Opera e del Cinema scontano nei confronti dei giovani? La domanda che poneva Baricco era, in fondo: siamo sicuri che questo è l’unico mezzo? La Festa del Cinema, in maniera istintiva e, soprattutto all’inizio, forse confusa, ha mostrato però che è possibile intercettare con la Cultura masse metropolitane di utenti al di sotto dei trent’anni, proponendo la forma-festival in maniera diversa. Io credo che chi fa Cultura abbia diritto di esprimersi se affronta come un dovere il problema di come condividere ciò che ama con masse spesso prive degli alfabeti, dell’educazione, delle nozioni di base, della passione originaria che una volta guidavano naturalmente chi incontrava la cultura e ne veniva segnato per sempre

Tornando a parlare del Festival di Roma, impressioni e sensazioni che ti ha dato questa bellissima manifestazione?

Ho partecipato alla sua ideazione per diversi anni prima che nascesse, ho lottato come un pazzo perché avesse un carattere davvero diverso dalle altre manifestazioni (al punto che, più volte, pubblicamente, Veltroni e Bettini, che sono stati gli sponsor politici e culturali decisivi, hanno riconosciuto che l’idea della Festa, in quanto tale,  era una mia idea), ho lottato ancor più strenuamente perché la sezione che ho inventato e curato da sempre (EXTRA)  non venisse rasa al suolo o sfigurata. Non riesco ad avere impressioni o sensazioni riguardo al Festa/Festival di Roma. E’ come chiedere ad un organismo fossile che è stato metabolizzato chimicamente da una roccia cosa ne pensa della roccia

Cosa consigli ai giovani che vogliano intraprendere la tua strada, o comunque vogliano lavorare nel mondo dello spettacolo? C’è ancora spazio per loro?

Credo che chiunque dia consigli oggi su un argomento del genere sia un ciarlatano. Quando ho iniziato io (fine anni ’70) tutti cercavano di dissuadermi, ma so che adesso è decisamente più difficile. In questi casi mi viene sempre in mente una frase di David Lean, uno dei registi di maggiore successo di tutta la storia del cinema “Fai ciò che ami, ma se ciò che ami non piace agli altri, cambia mestiere”. In più, l’esperienza mi dice che l’orientamento più dannoso è diventare dei fanatici che dicono ‘Ora mi do 2 o 4 o 6 anni per diventare critico cinematografico e  vivere di questo mestiere, e non faccio altro’. Io consiglio esattamente la tecnica opposta: trovarsi qualcos’ altro che vi consenta di fare anche il critico cinematografico e poi insistere con serena tenacia tutto il tempo necessario ad avere l’opportunità per imbattersi nell’opportunità giusta. A me è successo così.

Il cinema italiano è morto, o pensi a una rinascita da qui a qualche anno?

Da quando ho iniziato a scrivere ho visto il cinema, non solo il cinema italiano, morire così tante volte che non riesco a prendere seriamente in considerazione questa espressione: come quando da bambini – lo racconta Domenico Starnone in uno dei più bei libri sul cinema scritti in italiano, “Fare storie” – giocando si “moriva” per finta, come al cinema, infinite volte di seguito. Io credo che il cinema, nella sua forma più fisica, piena,   rivelatrice, tossica e dinamica, sia finito alla fine degli anni ’70 (quando Peter Bogdanovich diceva: “Tutti i buoni film sono stati già fatti”), ora ci sono solo film. Le uniche forme di cinema che continuano a inoltrarsi nell’ignoto, nel non ancora raccontato, nel non ancora visto, nell’inaudito, sono le due + lontane: il documentario e l’horror. E’ un caso che spesso, di recente, si ibridino insieme   (The Blair Witch Project, Rec, Diary of the Dead, Cloverfield, District Nine) come creature mostruose e sorprendenti? E perché non ho ancora letto qualcosa di decisivo e illuminante su questo? Giovani critici, fatevi sotto: dateci dentro.

 

Matteo Fantozzi