Ugo Dighero: intervista esclusiva al poliedrico artista, interprete di “Un medico in Famiglia” e con un futuro da…pizzaiolo

INTERVISTA UGO DIGHERO – Caro Ugo, lieti di ospitarti su Direttanews. Nella tua carriera sei e sei stato comico, attore televisivo e teatrale: da quale di queste esperienze professionali ti senti maggiormente rappresentato?

Noi megalomani non poniamo limiti alla provvidenza. Mi sento ugualmente rappresentato sia in tv che in teatro, cambiano solo le regole del gioco. Diciamo che in teatro non la puoi dare a bere; se sei cane il pubblico ti percepisce come cane. In tv o al cinema il talento non è strettamente necessario. Andrei oltre, direi che la spirale che sta trascinando la televisone in un abisso di orrore vede il talento come un impedimento, un limite. Se metti un attore o un attrice di talento vicino alla papi-girl di turno c’è il rischio che la gente si accorga che non sa recitare. In televisione occorre dunque mascherare il proprio talento per poter sopravvivere. Se io dessi sfogo a tutte le mie potenzialità, tra gli attori alti 1,69, stempiati, con una voglia a forma di armadillo sulla natica destra, sarei probabilmente il più premiato. Obiettivamente in televisione può passare senza scandalo qualsiasi bufala. Il grande Battiston dice: “Quando guardando una fiction o un film e sentite un fastidioso sibilo non preoccupatevi. Non è il vostro calorifero che sfiata, sono gli attori…”

Qualche anno dopo il diploma hai fondato con Maurizio Crozza, Marcello Cesena e Carla Signoris il gruppo comico dei Broncoviz: quali erano le fonti d’ispirazione per i vostri sketch comici? Già si intravvedevano le capacità comiche di Crozza?

Non dimentichiamo anche  il mitico Mauro Pirovano. Le fonti d’ispirazione dei Broncoviz erano molteplici poiché la formazione era “mista” oltre ogni dire. Nel gruppo ognuno aveva passioni, gusti e comportamenti completamente diversi e credo che sia stato questo ingrediente a dare ricchezza all’insieme. Ci univa sicuramente la passione per il paradosso. Per quanto riguarda Crozza la sua creatività è sempre stata vulcanica e incontrollabile. Stargli accanto nel momento creativo è come cavalcare un toro da 4 tonnellate in un rodeo.

Nel 1998 hai raggiunto grande popolarità a livello nazionale partecipando ai programmi della Gialappa’s Band “Mai dire gol” e “Mai dire Maik”, dove hai interpretato numerosi personaggi come il Tigre, Siproite, Edilio rag. De Blasi e il pupazzo Gnappo: a quale di questi ti senti più legato o ti divertivi di più a rappresentare?

Ho un debole per Gnappo che mi ha seguito negli anni anche a teatro.  La sua particolare visione del mondo, finalmente e definitivamente politically scorrect, lo rende capace di affrontare qualsiasi testo, da Cappuccetto Rosso alla Divina Commedia. Gnappo ha l’infinito in cartellone. Anche Siproite l’ateniese era molto divertente da interpretare con il suo linguaggio arcaico-maccheronico. Il Tigre invece mi consentiva di sfoggiare la mia preparazione clownesca come incassatore di mazzate: ho preso bastonate da De Luigi, capocciate su tavolini e stipiti, colpi di rivoltella e subito torture di vario genere…

Sempre nel ’98 sei entrato nel cast della fiction Rai “Un medico in famiglia”, dove interpreti Giulio Pittaluga, il migliore amico di Lele Martini (Giulio Scarpati). Quest’anno il famoso sceneggiato per la televisione è arrivato addirittura alla settima stagione. Sai spiegarti il perché di tanto successo? Trovi analogie col tuo personaggio o siete due persone diametralmente opposte?

Il successo di Medico in Famiglia è dovuto a molteplici fattori: tutto il pubblico, dai seienni ai novantenni può empatizzare con un personaggio della stessa età e con le stesse problematiche, il cast è di ottimo livello, c’è una grande sintonia sul set e una grande creatività che consente di arricchire le scene mentre si girano. Inoltre Medico in Famiglia ha avuto un grandissimo produttore, Carlo Bixio, purtroppo scomparso recentemente, che ha sempre difeso e protetto la serie nella tentacolare giungla della RAI. Per quanto riguarda Giulio, il mio personaggio, non potrei immaginare nulla di più distante da me. Vorrei avere la sua paraculaggine e la sua faccia di bronzo! Come latin lover invece sono decisamente più efficace come Ugo Dighero anche se, per noi sex-simbol, la vita è tutt’altro che facile. Mi è stato spesso rinfacciato di essere riuscito ad ottenere dei ruoli grazie alla mia bellezza fisica.

Nel corso degli anni ti sei affermato anche come attore di teatro: ti dà più soddisfazione recitare in una piece teatrale rispetto al mondo della televisione?

Sono aspetti e cimenti differenti dello stesso mestiere. Personalmente adoro il contatto col pubblico. In teatro si indossa un personaggio e, in un unità di tempo che può durare da pochi minuti ad alcune ore, si ha l’occasione di vivere la vita di una altro, accomodandosi nel personaggio con un ampio respiro. In Tv o al cinema è tutto molto più spezzettato anche se non meno interessante.

Cosa ne pensi dei reality show? Parteciperesti mai all’Isola dei Famosi?

Bisogna considerare alcuni fattori. Ci sono delle caratteristiche precise che consentono la partecipazione all’Isola dei Famosi. Per esempio essere stati molto famosi tanto tempo fa e avere un grosso mutuo da pagare. Io non sono molto famoso, non lo sono stato tanto tempo fa, però ho un grosso mutuo da pagare. Un altro fattore decisivo è aver ballato la lap dance in un  bunga bunga del nostro Presidente del Consiglio ma io avendo solo una seconda di reggiseno sono tagliato fuori. Tendenzialmente non parteciperei ad un programma, per altro in caduta libera come ascolti, che raccoglie personaggi alla frutta, li mette in difficoltà per fargli toccare il fondo e poi gli fornisce gli attrezzi per scavare. I reality show sono la dimostrazione che siamo in un periodo di decadenza assoluta, siamo l’impero romano nel momento del disfacimento. Molti italiani gradiscono il nulla e le scoregge dei partecipanti del Grande Fratello, seguono le risse femminili delle escort (oggi le chiamano così) della casta, leggono “Chi”, “Visto” e… ci penseranno i superstiti. Comunque mai dire mai. Chi può dire cosa ci riserva il futuro? Per quel che ne so potrei anche cominciare a frequentare Scilipoti, a rapinare banche o a partecipare ai reality show con la bava alla bocca.

Come vedi il tuo futuro professionale tra dieci anni? Hai sogni nel cassetto che non hai ancora realizzato?

Considerando l’interesse che c’è in questo Paese per la cultura e la splendida azione di governo nei confronti del mondo dello spettacolo, tra dieci anni mi vedo con uno splendido vestito impeccabile, una camicia bianca come la neve e una decina di piatti in mano. Mi vedo già correre tra i tavoli con quattro pizze margherita e un’insalata nella mano destra, tre stinchi di maiale e due amatriciane nella sinistra. Per quanto riguarda i sogni nel cassetto ne ho uno: conoscere perfettamente una lingua straniera e poter fare l’attore in un paese qualsiasi dove le parole vogliono ancora dire quello che vogliono dire.  Un Paese dove con la cultura “si mangia”, dove la cultura è linfa vitale e memoria di un popolo, dove chi si vende (intellettualmente e fisicamente) viene chiamato puttana e non escort.

Raccontaci qualcosa di inedito su di te che i lettori e fan sono ansiosi di sapere…

Beh i miei fan saranno sicuramente ansiosi di sapere che ho la pressione minima e massima da manuale, un valore di colesterolo solo di poco superiore al limite e quindi ancora in grado, come attore, di fare grandi danni. Forse una cosa che non tutti sanno è che molti organi del mio corpo sono asimmetrici: narici, orecchie, gomiti. Per quanto riguarda la  mia vita privata sono restio ad aprirmi al pubblico. Non mi piacerebbe far sapere che ho cambiato sesso 3 volte, che ho due mogli e quindici fidanzate, che la mia vita da attore è una copertura per la mia attività di supereroe.

Simone Ciloni