13 gennaio 1898: Émile Zola pubblica il suo J’accuse in difesa di Alfred Dreyfus

Émile Zola

13 GENNAIO 1898: ZOLA PUBBLICA J’ACCUSE – E’ il mese di ottobre del 1894 quando in Francia scoppia uno scandalo destinato a fare storia: l’affaire Dreyfus. Il casoprende il nome da Alfred Dreyfus, capitano dell’esercito di religione ebraica arrestato con l’accusa di spionaggio: l’ufficiale, che lavora presso il ministero della Guerra, è ritenuto responsabile del passaggio di informazioni riservate all’Impero tedesco.
La vicenda Dreyfus ha un’ampia eco presso l’opinione pubblica, anche perché riguarda da vicino i rapporti tra Francia e Germania: nei primi anni ’70 del XIX secolo, infatti, si era svolta la guerra francoprussiana nel cui quadro Parigi aveva subito una bruciante sconfitta da parte delle truppe del cancelliere Otto von Bismarck. Anche sul piano interno la situazione è piuttosto tesa: nel corso del conflitto con i tedeschi è sì crollato il secondo Impero di Napoleone III e alla creazione della Terza Repubblica ma una parte consistente della popolazione è rimasta comunque favorevole alla monarchia. In questo contesto, dunque, scoppia lo scandalo Dreyfus: l’ufficiale, che respinge le accuse, viene processato a dicembre e condannato alla deportazione e ai lavori forzati.

L’opinione pubblica si divide ben presto tra colpevolisti e innocentisti: i primi manifestano un acceso antisemitismo, mentre gli altri ritengono che il processo, svolto a porte chiuse, non sia stato regolare. In prima fila tra quelli che si schierano dalla parte del capitano ebreo c’è lo scrittore Émile Zola, che rende pubblica la sua posizione attraverso un editoriale pubblicato sul giornale L’Aurore il 13 gennaio del 1898. J’Accuse! è il titolo che, a lettere cubitali, si legge sulla prima pagina del periodico. Zola si rivolge al presidente della Republica Félix Faure e descrive Dreyfus come una vittima, puntando invece il dito contro gli ufficiali che hanno gestito l’indagine e il processo, entrambi ritenuti irregolari e parziali, e contro gli esperti che hanno redatto le perizie decisive per la condanna.

“Non li conosco – scrive Zola nella parte finale dell’editoriale, riferendosi alle persone che sta accusando – non li ho mai visti, non ho contro di loro né rancore né odio. Sono per me solo entità, spiriti di malcostume sociale. L’atto che io compio non è che un mezzo rivoluzionario per accelerare l’esplosione della verità e della giustizia”.

Lo scrittore è perfettamente consapevole dei rischi che corre scrivendo queste righe, tanto da accennare nell’articolo stesso alla legge che sanziona la diffamazione: a un mese dalla pubblicazione, infatti, Zola viene condannato ad un anno di reclusione e al pagamento di una multa per vilipendio alle forze armate.
La sua iniziativa risulta comunque efficace, portando alla riapertura del caso: alcuni ufficiali dell’Esercito ammettono di aver falsificato i documenti per rispondere ad ordini superiori e nel 1899 a Dreyfus viene concessa la grazia. Il capitano viene riabilitato completamente solo nel 1906, quando Zola è ormai morto da quattro anni.

Tatiana Della Carità

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