Cittadinanza e seconde generazioni: la scuola che c’è, l’Italia che sarà

TEMPI MODERNISSIMI – n. 3/2012Lo scorso novembre il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha esortato il Parlamento a intervenire con urgenza per concedere la cittadinanza italiana ai figli di immigrati nati nel nostro Paese. Chi ha seguito la vicenda, ricorderà che il dibattito che ne è seguito ha assunto toni ideologici. La Lega Nord, ad esempio, si è dichiarata pronta a fare le barricate in Parlamento e nelle piazze in caso di concessione della cittadinanza secondo lo ius soli – vale a dire come conseguenza del fatto di essere nati sul territorio italiano. Dare la cittadinanza ai figli di stranieri sulla base di questo principio sarebbe, secondo l’ex Ministro dell’Interno leghista, Roberto Maroni, uno stravolgimento dei principi contenuti nella Costituzione. Anche Maurizio Gasparri, del PDL, ci ha tenuto a difendere il principio ora vigente in Italia, dello ius sanguinis – ovvero la concessione della cittadinanza per diritto di sangue, o discendenza diretta da italiani. E Ignazio La Russa, sempre del PDL, ha addirittura paventato la caduta del neo eletto governo Monti, qualora avesse affrontato la spinosa questione.

Eppure, aldilà delle prese di posizione di parte e delle retoriche allarmistiche su invasioni ed emergenze sicurezza, vi è una cristallina evidenza: l’Italia si è trasformata negli ultimi venticinque anni in Paese di immigrazione. Se, infatti, nel 1991 l’incidenza dei cittadini immigrati sulla popolazione italiana era dell’1%, a distanza di vent’anni è cresciuta al 7,5%, secondo i dati del Rapporto Caritas Migrantes del 2011 – ovvero circa cinque milioni di cittadini stranieri vivono nel nostro Paese.

Ecco perché non si può più eludere la domanda delle migliaia di bambini di origine straniera nati in Italia o arrivati qui in tenera età, che vivono in una sorta di limbo – italiani di fatto ma non per la nostra legge. Sono le cosiddette seconde generazioni, giovani e giovanissimi figli di immigrati che da tempo vivono in Italia. La Rete G2 – Seconde Generazioni, un’organizzazione nazionale fondata a Roma nel 2005 da figli di immigrati e rifugiati nati o cresciuti in Italia, ci tiene a precisare come il “figlio di immigrato” non sia un “immigrato” in senso stretto: se nato in Italia, infatti, egli non ha compiuto alcuna migrazione; se nato all’estero ma cresciuto in Italia, non ha deciso di emigrare, ma è stato portato in Italia da altri (genitori o altri parenti).

Un contributo a mio avviso importante per chi vuole davvero avvicinarsi alla questione delle seconde generazioni, è il documentario “Funzione intercultura” realizzato dal regista Federico Caramadre, che sarà presentato in anteprima il prossimo sabato al Teatro San Pellegrino di Nepi, Viterbo.

Il documentario, in particolare, ha l’obiettivo di raccontare le attività artistiche e culturali, quali la danza, la recitazione, la dizione, con tanto di flash mob finale tra i banchi del mercato cittadino – che sono state dedicate agli studenti della scuola dell’obbligo, elementare e media, dell’Istituto Comprensivo Alessandro Stradella di Nepi, nell’ambito di un progetto della funzione intercultura. E lo fa attraverso il racconto dell’impegno professionale e umano di una docente, alle soglie della pensione, che affronta i problemi complessi dell’immigrazione e dell’integrazione, le contraddizioni demografiche dei processi di mondializzazione, con il lavoro quotidiano in una scuola di provincia, con gli strumenti del mestiere imparati in un’Italia lontana nel tempo e tanto diversa da quella di oggi.  L’Italia degli anni ’60, del boom economico e demografico, e ancora tuttavia terra di emigrazione – con gli oltre trenta milioni di migranti italiani che a partire dal 1861, data dell’Unità d’Italia, avevano lasciato il Bel Paese per cercare fortuna nell’Europa del Nord o nelle Americhe.

È la maestra elementare Maria Rosaria Tummino, trentanove anni di servizio, figlia  e madre di insegnanti, un’infanzia passata “a pane e scuola”, e una sorprendente capacità di trasformare in pratiche inclusive la “funzione strumentale intercultura”.

Capacità che sorprenderà meno chi a scuola lavora, e sa quanto questa istituzione abbia fatto, concretamente, negli ultimi vent’anni, in tema di integrazione dei nuovi cittadini. Spesso semplicemente adempiendo al proprio mandato istituzionale: dare istruzione a tutti secondo un principio universalistico, lo stesso che caratterizza un altro pilastro del sistema di welfare italiano, la sanità pubblica. E non a caso, proprio docenti e medici sono stati in prima linea nel contestare l’obbligo, previsto nel cosiddetto pacchetto sicurezza del 2009 dell’ultimo governo Berlusconi, di denunciare gli eventuali studenti e pazienti “clandestini”.

E il documentario ha il grande merito di far parlare ragazzine e ragazzini, portatori delle contraddizioni e delle difficoltà che la condizione dell’essere figli di migranti comporta e allo stesso tempo di renderci partecipi della loro energia, che è spinta verso il futuro, tipica della condizione giovanile. Insomma, le seconde generazioni del documentario, lontane anni luce dalle immagini stereotipate e portatrici d’ansia proposte da certa politica, ci restituiscono speranza. Speranza che il declino del Paese possa cambiare rotta anche grazie a loro, ai numerosi figli di “muratori” e “domestiche” co-protagonisti del documentario di Caramadre. Ragazze e ragazzi che, nel loro italiano a volte incerto, a volte oramai intriso delle cadenze dialettali del luogo, ci raccontano delle loro aspettative di vita, delle amicizie con i compagni di scuola, dei ricordi – quando presenti – della loro patria di origine, Marocco, Romania, Albania, Moldavia, Venezuela, Macedonia.

E il senso che la maestra Tummino ha voluto dare al progetto “Integrazione & Intercultura” realizzato nell’Istituto di Nepi è pienamente reso dal documentario: abbinare ai nomi le persone, il tutto attraverso un’intramontabile passione per l’insegnamento, che dà speranza anche in tempi di crisi. “A me piace insegnare, piace stare a contatto con i bambini”, dice Maria Rosaria, perché “insegnare ti permette di rimanere giovane”.

 

Giuseppe Ricotta