Venti anni di “Mani pulite”. Il giudice Colombo: “Un’occasione mancata”

Mario Chiesa in un'immagine di venti anni fa

MANI PULITE“Mani pulite è stata un’occasione mancata”, questa l’amara considerazione dell’ex giudice Gherardo Colombo, che vent’anni fa faceva parte del cosiddetto “pool di Mani pulite”, il gruppo di giudici del Tribunale di Milano che indagò sul connubio tra politica e corruzione, scoperchiando un vastissimo giro di malaffare e provocando un vero e proprio terremoto politico, che cancellò un’ampia parte della classe dirigente italiana dell’epoca. Per Colombo si tratta di “un’occasione mancata” proprio perché a distanza di venti anni la situazione italiana non sembra affatto cambiata, come certificato proprio ieri dalla Corte dei Conti.

“Mani pulite” o scandalo di “tangentopoli”, come venne ribattezzata la città di Milano (fino allora ritenuta la “capitale morale d’Italia”) da cui partì l’inchiesta, ebbe il suo inizio il 17 febbraio del 1992 con l’arresto di Mario Chiesa, esponente del Partito socialista italiano e presidente del Pio Albergo Trivulzio, residenza milanese per anziani. Chiesa veniva arrestato con l’accusa di concussione, per aver intascato una tangente da 14 milioni di lire versatagli dall’imprenditore Luca Magni. La consegna della somma di denaro era stata organizzata dall’allora sostituto procuratore di Milano Antonio Di Pietro, insieme al capitano dei carabinieri Roberto Zuliani, per catturare Chiesa, già sospettato, in flagranza di reato. Era l’inizio di una delle inchieste giudiziarie più sconvolgenti della storia della repubblicana italiana. Il terremoto politico che ne conseguì, con la fine del partito socialista italiano, quello maggiormente travolto dallo scandalo, e lo scioglimento della Democrazia cristiana, con i suoi esponenti che si distribuirono in diversi partiti, portò alla fine della cosiddetta Prima Repubblica e all’inizio della Seconda, segnata in particolar modo dall’ascesa politica, nel 1994, dell’imprenditore Silvio Berlusconi.

Lo stesso anno in cui partiva l’inchiesta di tangentopoli, in due violenti attentati dinamitardi venivano uccisi, rispettivamente a maggio e a luglio, i giudici anti mafia Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Un 1992 terribile per la storia italiana.

Nel 1993 l’inchiesta “Mani pulite” si allargava, con ben 70 Procure italiane che avviavano indagini riguardo alla corruzione nella pubblica amministrazione e che porteranno ad aprire procedimenti penali a carico di circa 12.000 persone. Le inchieste colpivano altri partiti politici, come il Pci-Pds e l’ancora giovane Lega Nord, e sconquassavano il mondo imprenditoriale italiano, coinvolgendo Fiat, Eni, Enel, Olivetti, Montedison, e anche Fininvest.

L’allora leader del Partito socialista Bettino Craxi parlò di “golpe” e “gioco al massacro”, ma nel febbraio del 1993 fu costretto a dare le dimissioni dalla carica di segretario. Nella primavera del 1994, scaduto il suo mandato parlamentare e per evitare l’arresto, Craxi fuggì in Tunisia, dove trovò la protezione del presidente Ben Alì, suo amico. Il leader socialista non tornò più in Italia e morì in Tunisia nel 2000.

La fine della Prima Repubblica, e con essa del Pentapartito e del sistema elettorale proporzionale in Italia, avrebbe dovuto portare ad un profondo rinnovamento del paese, ma cambiata la forma delle istituzioni non è affatto cambiata la sostanza del rapporto tra politica e malaffare, e ancora oggi il Paese è travolto da corruzione e scandali. Tra i recenti episodi, si segnalano la sottrazione dei rimborsi elettorali dell’ex tesoriere della Margherita Luigi Lusi, l’arresto dell’ex sindaco di Gubbio per abuso di ufficio e altri gravi reati, senza contare il capillare sistema di tangenti scoperto in seno al Consiglio regionale della Lombardia e che vede coinvolti esponenti di diversi partiti e di opposti schieramenti.

Una realtà che fa dire all’ex magistrato Gherardo Colombo: “Aver fatto emergere un sistema di corruzione così articolato, poteva rappresentare lo spunto perché in altre sedi si cercasse di sradicare questo sistema. Invece non è stato fatto per niente. Tanto che oggi ci ritroviamo con gli stessi problemi”.

Valeria Bellagamba

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