Monte Paschi di Siena: la storia del gruppo

Monte Paschi di Siena (Getty Images)

Continua ad arricchirsi di nuovi particolari il caso Monte Paschi di Siena. Considerata la banca in attività più vecchia del mondo, il Monte dei Paschi nasce nel 1472 come monte di pietà allo scopo di assistere le classi meno agiate di Siena. Nel 1624 assume l’attuale nome e nonostante sia il terzo istituto italiano per dimensioni, la banca non perderà mai il forte radicamento con il territorio senese, tanto da divenire un punto focale nell’economia della città. Attualmente il principale azionista è l’ente no profit Fondazione Monte dei Pachi di Siena, la cui finalità è quella di assistenza e utilità sociale. La Fondazione fa riferimento agli enti locali, da tempo in mano ai partiti della sinistra: inizialmente Pci, in seguito Pds-Ds e ora Partito democratico. Il gruppo Monte Paschi di Siena è quotato in Borsa dal 1999.

La banca ha chiuso il 2012 con perdite che probabilmente si aggirano e superano i due miliardi di euro; un calo che va ad aggiungersi ai 4,6 miliardi registrati nel 2011. Ad aver portato la crisi sono state, in particolare, le perdite registrate su due operazioni su derivati, che invece avrebbero dovuto proteggere i bilanci, già a arischio in seguito all’acquisizione della Antonveneta nel 2008-2009.

Tale acquisizione è considerata dai magistrati la causa dei problemi che MPS sta affrontando in questi mesi: i costi del finanziamento hanno indotto il management dell’istituto a condurre operazioni finanziarie estreme, attirando l’attenzione della procura di Siena, la quale ha avviato un’indagine contro gli ex vertici della banca per aggiotaggio e ostacolo alle autorità di vigilanza. Attualmente l’inchiesta, dopo essere stata allargata anche alla truffa nei riguardi degli azionisti, sta facendo scoprire un sistema di gestione che poggia le proprie fondamenta sul malaffare e su operazioni al limite del consentito. L’ultima scoperta riguarda Gianluca Baldassarri e Matteo Pontone, all’epoca rispettivamente capo della finanza di Mps e responsabile della filiale di Londra di Monte dei Paschi di Siena, conosciuti anche come “la banda del cinque per cento in quanto su ogni operazione prendevano tale percentuale“.

Il momento il gruppo bancario è stato costretto a far ricorso agli aiuti pubblici, per un ammontare di 3,9 miliardi di Monti-bond (prima già 1,9 miliardi di Tremonti bond), allo scopo di tamponare i buchi di bilancio.

Per quanto riguarda l’Antonveneta, i guai sono iniziati quando il gruppo è finito in mano agli olandesi di Abn Amro. L’istituto olandese è stato poi oggetto di uno scontro europeo tra colossi bancari e Antonveneta è passata agli spagnoli del banco Santander. La banca è stata quindi venduta da Santander al Montepaschi, che è entrato così tra i tre big italiani del credit. L’operazione, però, è stata onerosa per i senesi, infatti i 9 miliardi pagati per l’acquisizione hanno costretto ad operazioni sul capitale che hanno fatto esaurire i fondi della Fondazione, costretta a scendere sotto il 50% del capitale Mps. L’istituto ha tentato di coprire le perdite con operazioni finanziarie sempre più complesse e speculative. Nel 2005 ha acquistato 400 milioni di euro di bond “Alexandria”, apparentemente sicuri e con buon rendimento, ma che alla fine si sono rivelati fallimentari. Mps ha cercato di recuperare 220 milioni di perdite, cedendo i bond a Nomura e comprando 3 miliardi di euro di più sicuri Btp italiani trentennali, finanziati dalla stessa Nomura, con il risultato di distribuire le perdite su trent’anni. Una scelta che si è rivelata  assolutamente sbagliata, dato che l’acquisto dei Btp è avvenuto proprio poco prima della grande crisi finanziaria italiana. Praticamente Mps ha venduto i titoli più rischiosi ai minimi e acquistato quelli più sicuri ai massimi. Come se questo non fosse sufficiente la banca ha poi stipulato un ulteriore contratto derivato sui Btp che aveva in portafoglio, trasformando i titoli a tasso fisso in titoli a tasso variabile, con il conseguente annullamento delle cedole.

Per chi non lo sapesse il contratto derivato è uno strumento utilizzato da sempre per bilanciare i rischi conseguenti a un contratto sottostante.

Con l’aumento del mercato, i derivati si sono trasformati sempre più in strumenti autonomi, utilizzati per speculare e scommettere sugli scenari futuri, riducendo l’entità della potenzialità della perdita, ma spostando solo il rischio su altri soggetti. Per di più senza alcuna regolamentazione, dal momento che i derivati sfuggono a qualsiasi controllo. Quindi non si conosce quanti derivati siano stati emessi, quali siano i volumi di quelli in circolazione e dove siano finiti, dato che vengono poi inseriti in prodotti finanziari di vario genere, all’insaputa di chi poi alla fine li sottoscrive. È quello che è successo con i mutui subrime.

Per quanto riguarda i Tremonti bond, richiesti in due occasioni diverse dall’istituto senese, si tratta di obbligazioni bancarie speciali emesse dagli istituti di credito quotati che siano in sane condizioni finanziarie. Sono titoli che sono stati sottoscritti dal ministero dell’Economia, all’epoca in cui era guidato da Giulio Tremonti. L’obiettivo di tale emissione era quello di rafforzare il capitale di vigilanza delle banche italiane, favorendo così l’erogazione del credito a famiglie e imprese in crisi nel 2009.

L.B.