Il figlio di Andreotti: “Comprensibile che Umberto Ambrosoli ce l’abbia con mio padre”

Stefano Andreotti (screenshot Un giorno da pecora)

In un’intervista esclusiva a ‘Vanity Fair’, Stefano Andreotti, secondogenito del sette volte presidente del Consiglio recentemente scomparso, riferendosi a una frase pronunciata dal padre nel corso di un’intervista a ‘La storia siamo noi’, in cui aveva affermato che l’avvocato Giorgio Ambrosoli era “una persona che se l’andava cercando”, ha sostenuto: “È stata una frase oltremodo infelice, che mio padre però ha subito rettificato, e che soprattutto ha pronunciato quando non era ormai lucido. Che Umberto Ambrosoli ce l’abbia con lui è più che comprensibile. Se io sono arrabbiato per quello che è successo a papà, figurarsi lui, che suo padre lo ha visto ammazzato”. Il riferimento è alla scelta di Umberto Ambrosoli, leader dell’opposizione di centrosinistra nel consiglio regionale della Lombardia, di non partecipare al minuto di silenzio per ricordare la figura di Giulio Andreotti, nel giorno della sua morte.

Stefano Andreotti, descrivendo il padre, ha sottolineato: “Aveva abitudini molto precise, e orari stressanti. Quindi la sua presenza, in termini di ore, era scarsa. Ma, in termini qualitativi, ci ha riservato un’attenzione assoluta”. Difesa ad oltranza, invece, per quel che riguarda il processo per concorso esterno in associazione mafiosa: “Stava per scoppiare Tangentopoli, si voleva spazzare via un’intera classe politica. Ma mio padre non aveva mai maneggiato denaro pubblico: dovevano incastrarlo in un altro modo. Qualche mese prima che i pentiti parlassero, Gerardo Chiaromonte, politico comunista, lo chiamò per avvisarlo della trappola che gli stavano tendendo. Che tragedia: mia madre ha sofferto di depressione e ancora oggi ne porta il segno. A 92 anni, soffre di una malattia degenerativa. Non si è neppure resa conto della scomparsa di papà”.

Il figlio del ‘divo Giulio’, al quale non è piaciuto il film di Paolo Sorrentino perché “parte da un’idea preconcetta”, ha smentito che suo padre avesse vissuto in maniera cinica gli anni del processo: “In realtà soffrì moltissimo. Lo trovavo il sabato mattina sulla poltrona a dormire – lui che non dormiva mai – imbottito di psicofarmaci per stare tranquillo. La fede l’ha aiutato: diceva che era una prova da superare per quello che aveva avuto, doveva scontare qualche peccato”. Poi un commento sui rapporti con Salvo Lima, parlamentare andreottiano ucciso in un agguato mafioso: “Se tante persone non le avesse frequentate, con il senno del poi sarebbe stato meglio. Detto questo, mio padre non ha mai espresso un giudizio negativo su Salvo Lima, nemmeno dopo la fine che ha fatto”.

Infine, Stefano Andreotti ha espresso il proprio giudizio sui rapporti tra il padre e Aldo Moro: “Tra mio padre e Moro potevano esserci state divergenze, ma i rapporti erano stati ottimi. Appena si seppe che Moro era stato sequestrato, chiamai papà: era sconvolto. Chi arrivò a ipotizzare che dietro quel rapimento ci potesse essere Andreotti non sa di che cosa parla. A noi figli, papà disse chiaramente che al posto di Moro ci poteva essere lui. Secondo lui, avevano scelto Moro solo perché abitava in Via Fani, una posizione che garantiva una via di fuga più agevole”.

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