“Non si può inveire contro il proprio Paese”, la Cassazione condanna un 71enne fermato a un posto di blocco

Corte di Cassazione (GABRIEL BOUYS/AFP/Getty Images)

E’ reato di vilipendio inveire contro il proprio Paese; per questo motivo la Corte di Cassazione ha condannato al pagamento di una multa di mille euro, coperta da indulto, un anziano, 71enne all’epoca dei fatti, che fermato al posto di blocco dei carabinieri a causa di un faro malfunzionante, aveva gridato la sua rabbia contro le forze dell’ordine e contro l’Italia, definita “paese di m…a”.

Scrive la Cassazione: “Il diritto di manifestare il proprio pensiero in qualsiasi modo non può trascendere in offese grossolane e brutali prive di alcuna correlazione con una critica obiettiva”. Secondo la Corte, perché si configuri la violazione dell’art. 291 del codice penale, “è sufficiente una manifestazione generica di vilipendio alla nazione, da intendersi come comunità avente la stessa origine territoriale, storia, lingua e cultura, effettuata pubblicamente”.

Il reato dunque “non consiste in atti di ostilità o di violenza o in manifestazioni di odio: basta l’offesa alla nazione, cioè un’espressione di ingiuria o di disprezzo che leda il prestigio o l’onore della collettività nazionale, a prescindere dai vari sentimenti nutriti dall’autore”. A poco serve addurre il pretesto di aver utilizzato un certo linguaggio “nel contesto di un’accesa discussione dopo la contestazione elevatagli dai carabinieri per aver condotto un’autovettura con un solo faro funzionante, integra il delitto di vilipendio previsto dall’articolo 291 del codice penale”.

Conclude la sentenza: “Sia nel profilo materiale, per la grossolana brutalità delle parole pronunciate pubblicamente, tali da ledere oggettivamente il prestigio o l’onore della collettività nazionale, sia nel profilo psicologico, integrato dal dolo generico, ossia dalla coscienza e volontà di proferire, al cospetto dei verbalizzanti e dei numerosi cittadini presenti sulla pubblica via nel medesimo frangente, le menzionate espressioni di disprezzo, a prescindere dai veri sentimenti nutriti dall’autore e dal movente, nella specie di irata contrarietà per la contravvenzione subita, che abbia spinto l’agente a compiere l’atto di vilipendio”.

Redazione online