Decreto P.A., Brunetta: “Per noi può decadere”

Renato Brunetta (Getty Images)

“Per noi il decreto sulla Pubblica Amministrazione può decadere”, con queste parole il capogruppo Pdl alla Camera, Renato Brunetta, ha aperto di fatto un nuovo scontro all’interno della maggioranza di governo, peraltro su uno dei temi caldi che ormai tiene banco da mesi e sul quale sembrava essersi trovata una soluzione unitaria. “Ci sono norme nel decreto che contrastano con la legge di stabilità”- ha detto ancora Brunetta – “un decreto non viene convertito, non è un problema. Non è la prima volta che accade”.

Il capogruppo Pdl replica anche alle polemiche circa la necessità di approvare un decreto che salvaguarderebbe 10mila persone e insiste: “C’è anche l’interesse del paese ad avere una pubblica amministrazione efficiente”. Ma a fronte delle chiusure del centrodestra, vi sono invece le aperture del Movimento 5 Stelle, che attraverso il suo capogruppo a Montecitorio, Alessio Villarosa, ha fatto sapere di essere disposto a porre fine all’ostruzionismo, purché si giunga all’accordo su 12 emendamenti presentati dai pentastellati.

Soddisfatta dalla dichiarazione di Villarosa, la presidente della Camera Laura Boldrini, che ha spiegato: “Non c’è una opposizione pregiudiziale al provvedimento, ma solo su questioni di merito, c’è da augurarsi che l’esame si concluda in modo normale e senza ricorrere alla tagliola”. In una situazione che appare convulsa, il Consiglio dei Ministri ha deciso dunque di autorizzare il voto di fiducia, anche perché il decreto scade il 30 ottobre e va approvato in terza lettura al Senato entro tale data.

Nel pomeriggio, Brunetta ha poi attaccato il Partito Democratico rispetto all’elezione di Rosy Bindi presidente della Commissione Parlamentare Antimafia: “Chi è Rosy Bindi? In antimafia non parteciperemo all’attività dell’antimafia. E sugli altri provvedimenti… Beh, gli strappi hanno un costo”.

Nel frattempo, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha ricevuto questa mattina al Quirinale il Ministro per le Riforme Costituzionali, Gaetano Quagliariello, il Ministro per i Rapporti con il Parlamento e Coordinamento delle Attività di Governo, Dario Franceschini, con Luigi Zanda, Renato Schifani e Gianluca Susta, rispettivamente capigruppo di Pd, Pdl e Scelta Civica al Senato, e con il Presidente della Commissione Permanente Affari Costituzionali del Senato della Repubblica, Anna Finocchiaro.

Dura la reazione di Roberto Calderoli della Lega Nord che ha letto l’incontro come un vertice di maggioranza sulle riforme costituzionali “che di fatto ha convocato oggi il presidente Napolitano al Quirinale”. Secondo l’ex ministro del Carroccio, “lui deve essere il presidente di tutti e non di maggioranza e non spetta certo a lui convocare vertici di maggioranza soprattutto in relazione a una materia squisitamente parlamentare come la materia elettorale. Il Senato lavorerà per cambiare la legge elettorale per volontà politica e non per indebite pressioni o sotto ricatto del 3 dicembre tenuto conto anche del pronunciamento della Corte europea del marzo del 2012 che ha respinto i ricorsi avversi l’attuale legge elettorale”.

Si è scagliato contro l’incontro anche Riccardo Nuti del Movimento 5 Stelle: “Ma quando si è visto mai un presidente della Repubblica che fa le riunioni al Quirinale con presidente commissione, ministri e capigruppo maggioranza (un insieme da vergogna) per il superporcellum?”. Pronta la replica del ministro Franceschini agli esponenti di Lega e M5S: “Eravamo lì in veste di ministri competenti. Non c’è iniziativa del governo. La riforma elettorale è materia parlamentare”.

Redazione online