Alluvione nelle Marche, dalla piena del Chienti emergono reperti archeologici

Straripamento fiume Chienti (screenshot Youreporter)

Dopo l’esondazione del fiume Chienti, che nei giorni scorsi è straripato all’altezza di Sforzacosta, frazione di Macerata, un interessante reperto archeologico è emerso nelle campagne circostanti: si tratta di opere di ingegneria idraulica realizzate dai monaci cistercensi “per governare l’ordinaria divagazione del corso d’acqua”. Lo ha spiegato al Resto del Carlino, l’avvocato Claudio Netti, presidente del Consorzio di bonifica.

Ha sostenuto Netti: “Si tratta di un importante reperto archeologico, che mostra come i cistercensi tentassero di salvaguardare le sponde del fiume dall’erosione. Il principio base è che se corre, l’acqua erode, se rallenta deposita. Quei pali, con dei frascati messi di traverso, servivano appunto a rallentare il corso dell’acqua e a creare dei pennelli laterali sugli argini”.

Secondo l’esperto, “la posizione dei pali sembra testimoniare sembra testimoniare che quello fosse il corso del Chienti nel XII-XII secolo, all’epoca in cui, cioè, la comunità monastica dell’Abbadia di Fiastra bonificava i terreni, li rendeva coltivabili, e così manteneva e ingrandiva il suo controllo del territorio”.

Ha concluso Netti: “Sarebbe molto opportuno conservarli, perché sono una testimonianza importante del passato. Quei manufatti andrebbero studiati, per capirne meglio il funzionamento, e protetti, lasciandoli lì dove sono”.

Redazione online