Alexandre Desplat, un genio della musica “prestato” al cinema: l’intervista

ULTIMO AGGIORNAMENTO 10:46

Alexandre Desplat
Nato il 23 agosto del 1961 da padre francese e madre greca che si erano sposati negli Stati Uniti, Alexandre Desplat ha iniziato la sua carriera in televisione e attualmente è uno dei compositori più prolifici e richiesti. Ha composto le musiche di quasi 150 film. Oltre ad avere uno speciale rapporto di collaborazione con Jacques Audiard, infatti ha composto le musiche di tutti i suoi film, lavora regolarmente per Florent Emilio Siri, Xavier Giannoli, Gilles Bourdos, Robert Guédiguian, Anne Fontaine, Francis Veber, Jérome Salle e Daniel Auteuil. Negli ultimi anni è diventato molto popolare tra i registi inglesi e americani, tra cui Ben Affleck, Terrence Malick, Kathryn Bigelow, Wes Anderson, David Yates, Ang Lee, Tom Hooper, Stephen Frears, George Clooney e David Fincher. Ha ricevuto 5 candidature agli Oscar e ha vinto numerosi premi: 3 Cesars, un Golden Globe (per “Il velo dipinto” di John Curran), un Bafta (per “Il discorso del re”), due European Film Awards (per “L’uomo nell’ombra” e “The queen”) e un Orso d’Argento (per “De battre mon coeur s’est arrêté”). Da quando ha incontrato Roman Polanski per L’uomo nell’ombra”, con cui ha vinto un Cesar, non lo ha più lasciato e ha composto le colonne sonore di “Carnage” e “Venere in pelliccia”. Vi presentiamo un’intervista a questo genio musicale che ci parla dell’ultimo film di Roman Polanski: “Venere in pelliccia”.

“Venere in pelliccia” è il suo terzo film con Roman Polanski. Come ha lavorato con lui per questo film così pieno di dialoghi che utilizza anche molta musica?

Come al solito, ho avuto la fortuna di poter frequentare il set, anche più di “Carnage”. E il set era incredibilmente realistico. È divertente perché conoscevo il Théâtre Récamier, ero lì per le prove di “Papa doit manger”, diretto da André Engel per la Comédie Française. E quando sono andato sul set di “Venere in pelliccia”, era tutto così bello, dalle porte girevoli, all’ingresso sulla scena, alle dorature. Ho pensato che non era cambiato affatto, avevo completamente dimenticato che era uno spazio vuoto! La cosa più sorprendente con “Venere in pelliccia” è che, a differenza di “Carnage” dove la musica che avevamo realizzato era intrusiva, fin dall’inizio Roman ha voluto che la musica fosse al centro della narrazione, come se il film fosse coperto da un velo che viene sollevato dalla musica. Quando me ne ha parlato per la prima volta non ero sicuro, ma non ha avuto difficoltà a convincermi. Il suo istinto è infallibile. E vediamo che la musica solleva quel velo che sembra avvolgere gran parte del film. Come se, improvvisamente, lo sfondo venisse spinto via per rivelare un’altra prospettiva, un’apertura infinita. A seconda dei momenti, abbiamo sviluppato una fantasticheria in un possibile passato e accentuato la particolarità del rapporto tra i due personaggi.


La musica accentua l’atmosfera del film, tra l’ironia e la serietà. Talvolta suggerisce anche altro, in contrasto con il resto, in particolare nelle prime scene, qualcosa che dà spazio all’impulso…

Vero… L’attrice e il regista intrecciano un gioco di seduzione, quindi anche la musica gioca nello stesso modo… Tutto si sviluppa dalle note di apertura, che tornano nella danza finale. Questo pezzo annuncia tutta la musica che segue. È lo stesso tema che noi inesorabilmente ripetiamo ed esploriamo. Roman è come molti registi, se non della Nouvelle Vague, che lavoravano al tempo della Nouvelle Vague con compositori come Georges Delerue, Maurice Jarre e altri, per i quali fin dall’inizio la musica deve indicare cosa sarà il film. “La calda amante” ne è un bellissimo esempio. Mentre la scena iniziale è molto normale, la musica è profondamente drammatica e fa capire cosa sarà il film. Qui è lo stesso: quella lunga scena iniziale sotto la pioggia che ci porta all’interno del teatro È accompagnata da una strana musica che usa un insolito 9/4. È un ritmo greco, che gli appassionati sapranno riconoscere e per il quale ho usato strumenti greci. Fin dall’inizio ho introdotto una buona dose di “grecità”, che è anche parte di me, perché sono per metà greco.


Perché la “grecità” in questo film in particolare?

Perché alla fine appare Afrodite! (ride) Ci sono molti livelli nei film di Roman, e lui mi ha incoraggiato a giocarci, come giocassi con delle matrioske: ce n’è una, poi un’altra all’interno, un’altra e un’altra ancora… È molto eccitante. Ma ovviamente è necessario qualcuno con il talento e la follia di Roman, (e questo è vero per tutti quelli che lavorano con lui), per poterti divertire a scavare sempre più a fondo e trovare l’oro. È grazie al suo istinto e alla sua energia se ho raggiunto dei risultati.

È stato facile comporre la musica d’apertura?

Roman emana una tale energia e determinazione che quando lavoro con lui le cose vanno molto, molto velocemente. È stato così per “L’uomo nell’ombra” e anche per “Carnage”. Ci capiamo benissimo e tutto funziona bene. Sfortunatamente non è così con tutti i registi, che non sono sempre rapidi o straordinari, ma Roman ama la musica. Ama la musica nel film, e così ama la musica nei suoi film. Quindi per me è una persona magnifica con cui lavorare. Senti che con lui è possibile qualsiasi cosa. Devi solo ascoltare la musica dei suoi film, in particolare quella dei primi, con “Krzysztof Komeda”, o “The tenant”, con Philippe Sarde, che sono dei piccoli gioielli, per capire che fonte di ispirazione sia lui. Lui apre uno spazio ai compositori, una terra incognita, e dice semplicemente: “Vai!”

Decide rapidamente?

Sì. Per “L’uomo nell’ombra”, ad esempio, ha ascoltato una volta la musica che gli ho proposto e ha deciso immediatamente che sarebbe stata perfetta per i titoli di testa. La stessa cosa è successa con “Venere in pelliccia”. Quando gli ho inviato il pezzo di apertura lui mi ha detto solo: “È questo!”

Spiega che tipo di musica sta cercando, l’atmosfera che vuole?

No, non dà una vera definizione in termini musicali… Credo che la danza arcaica alla fine abbia fatto da elemento catalizzatore. Poter usare un ritmo greco e il climax del film che va in una direzione completamente inaspettata mi ha messo le ali… come Mercurio!

Come si è evoluto il vostro rapporto dai tempi de “L’uomo nell’ombra”?

Lavoriamo ancora insieme ed io ne sono veramente felice! Lo ammiro talmente che la prima volta che l’ho visto, 5 o 6 anni fa, a una cena da amici, non ho avuto il coraggio di rivolgergli la parola. Ammiravo talmente i suoi film che non sapevo come presentarmi! Ora abbiamo un rapporto più alla pari. Quando lavoriamo siamo uguali, sediamo uno accanto all’altro al pianoforte e cerchiamo le sonorità. Io suggerisco qualcosa e lui mi dice ciò che pensa. Stiamo bene, davvero. Suonare è una parte importante del nostro lavoro insieme. Quando iniziamo un progetto, sappiamo che l’altro ci sorprenderà, e questo ci spinge a lavorare insieme. Siamo tutti e due affascinati da quanto la musica può regalare alla drammaturgia di un film. Le possibilità sono infinite…

Soprattutto in questo film, che è una sorta di labirinto di specchi…

Vero… Quando rivedo i film in cui lavoro, durante la produzione, le proiezioni, la prima, scompare il senso di novità della prima volta. Con “Venere in pelliccia”, ero presente durante le riprese, l’ho visto ancora e ancora e ogni volta trovavo qualcosa di nuovo, qualcosa di diverso, facevo delle scoperte. Il film è un vero turbine di energia e questa è una cosa rara. Come dicevo, Roman pensava fin dall’inizio che fosse necessaria tanta musica, perché aveva in mente l’idea del velo che viene sollevato, amplificando i misteri del film e della storia. Questo effetto di amplificazione avviene la prima volta che Emmanuelle diventa il personaggio di Vanda, e Mathieu torna da lei: inizia la musica e ci trasporta in un mondo di fantasia. E la musica gioca con i riflessi cui accennavo: non si ferma quando loro smettono di recitare e talvolta non c’è appena loro riprendono a recitare. Questo vuol dire che il film non diventa didattico, ma crea fluidità nella narrazione musicale e gioca un ruolo nel creare la confusione che esiste nel loro rapporto.

Locandina "Venere in Pelliccia"

Roman Polanski partecipa a ogni fase della creazione della musica fino alla registrazione?

Certo, è una cosa che ama. Abbiamo registrato a Parigi e lui è venuto in studio e ha dato altre indicazioni. Ed è presente al lavoro di editing e al missaggio alla prima proiezione. Non molla mai. Ma in genere, i grandi registi non mollano mai.


È sorprendente quanto “Venere in pelliccia” che pure gli è arrivato in modo inaspettato, sembri echeggiare tutto il suo lavoro.
Le è venuto in mente mentre ci lavorava e ne ha tenuto conto?

Sì, me ne sono accorto ovviamente, ma non ne ho tenuto conto, no, ogni film è diverso dagli altri. Tutti quegli echi dei suoi film precedenti sono evidenti durante la lettura. E vedere come Mathieu interpreta il personaggio rafforza ulteriormente questa impressione. Non solo somiglia fisicamente a Roman, ma lo ricorda nei gesti, nel modo in cui si muove nella scena in cui lei lo trucca e lui indossa i tacchi alti… Come non pensare a “The tenant”? Ha trovato un mondo incredibilmente vicino al suo.

Cosa l’ha colpita di più quando era sul set?

Il modo in cui il regista dirige gli attori. La sua precisione impeccabile e la sua incredibile energia che pervade l’intero ambiente. La sua impressionante concentrazione e la perfezione di ogni momento, di ogni dettaglio, di ogni fonte di luce, di ogni movimento della mano di un attore… È impressionante osservare Polanski al lavoro, davvero.

Se potesse conservare solo un momento di tutta l’esperienza fatta con “Venere in pelliccia”, quale sarebbe?

Penso al momento in cui lui ha ascoltato la musica della danza finale. Non avevo idea di quale sarebbe stata la sua reazione. E vederlo così felice e sorpreso, così emozionato dalla musica, è stato fantastico. Sì, è sempre alla ricerca dell’approvazione, e quando Roman Polanski ti dice che hai fatto un ottimo lavoro è un momento magico.

Intervista di Silvia Casini