Insegnamento dell’italiano ai migranti. E’ polemica sul reclutamento di volontari a Brescia

Studenti migranti (PAUL J. RICHARDS/AFP/Getty Images)

E’ polemica in merito alla decisione dell’Assessore all’Istruzione del comune di Brescia, Roberta Morelli, di creare un albo di ex docenti ora in pensione per sopperire alle carenze nell’ambito dell’insegnamento dell’italiano ai migranti all’interno delle scuole locali. L’annuncio, lanciato nel periodo natalizio, è stato accolto da numerose critiche e sono stati in molti, soprattutto sui social network e in generale sul web, a puntare il dito contro l’iniziativa dell’amministrazione bresciana.

Il fatto che a Brescia, città in cui circa il 25% degli alunni è di origine straniera e necessita di un supporto specifico per l’apprendimento della lingua italiana, si scelga di ricorrere alla figura del volontario per espletare un servizio che è divenuto fondamentale in seno all’istituzione scolastica, non è passato inosservato e il caso è stato giudicato esemplificativo delle carenze strutturali che affliggono il sistema dell’istruzione e, spesso, arrivano ad impattare negativamente sulla qualità dell’insegnamento. Per non contare, poi, il disagio che iniziative di questo genere procurano ai tanti specializzati e specializzandi del settore che attendono di essere impiegati all’interno del settore pubblico.

La decisione presa da Roberta Morelli, in particolare, ha provocato la mobilitazione di singoli e organizzazioni che si battono da tempo per il riconoscimento dei docenti di italiano come lingua straniera o seconda in Italia, una professione ancora non ufficializzata e per la quale non esistono percorsi ad hoc di inserimento nel mondo scolastico. Una petizione è stata lanciata, a seguito della pubblicazione di articoli sul caso tra le pagine dell’Espresso e del Manifesto, dagli attivisti e insegnanti del blog “Riconoscimento della professionalità degli insegnanti di italiano L2/LS” ed è stata rimbalzata su alcuni portali web.

All’interno della rivista online Lavoro Culturale si leggono alcune osservazioni sull’argomento e si sostiene che “l’insegnamento della lingua italiana ai migranti richiede una competenza specifica che si acquisisce attraverso anni di studio, e titoli accademici che spaziano, per dirne alcuni, dalla laurea (triennale e magistrale) al Master, ai corsi di formazione e attraverso anni di esperienza specifica sul campo”. Ci chiediamo – continuano i sostenitori della petizione – perché non si reputi necessario affidare l’educazione linguistica degli studenti non madrelingua a docenti opportunamente formati ed esperti: questi studenti hanno forse meno importanza degli altri?”.

“Inoltre, ci chiediamo come sia possibile immaginare di gestire una situazione strutturale (la presenza di studenti migranti non è certo più definibile come un’“emergenza”) attraverso il lavoro di personale volontario, quando esistono centinaia di insegnanti specializzati nell’insegnamento dell’italiano a migranti.

In conclusione, si legge: “L’utilizzo di volontari non solo squalifica in partenza la preparazione e la formazione di questi docenti, ma contribuisce a portare avanti l’idea secondo cui si possano tappare le falle del sistema scolastico attraverso personale non pagato, affinché Stato, Comuni e Province possano risparmiare. Ma le scuole non sono aziende, e l’istruzione non è una merce che tanto più conviene quanto meno costa”.

 

Nicoletta Mandolini