Scuola digitale: genitori si oppongono ad una Cl@sse 2.0 alle elementari

Giovane studente davanti ad un computer (Getty images)
Giovane studente davanti ad un computer (Getty images)

Un articolo pubblicato dal Corriere.it riporta la storia di una rivolta vera e propria dei genitori di bambini che frequentano la scuola elementare di Iqbal Masih a Roma e dove si sono opposti alla proposta di trasformare la classe dei loro figli in una classe digitale del tipo Cl@sse 2.0, ovvero con un sistema d’insegnamento con tablet e nuova tecnologia.
I genitori si sarebbero innanzitutto ribellati ad “una decisione comunicata dalla scuola a inizio anno, senza che i genitori venissero prima informati e consultati” ma anche perché, come spiega uno dei papà Mauro Giordani, “un progetto i cui effetti non sono noti né a noi, né alle insegnanti, né al ministero proponente”.

Insomma, si teme che la didattica digitale possa essere dannosa ai piccoli provocando effetti come dispersività, dilatazione dei tempi di lavoro, perdita di attenzione e di parte dei contenuti didattici.

I genitori si sono pertanto rivolti al Consiglio d’Istituto sottolineando le “conseguenze negative sul corretto sviluppo di abilità cognitive quali attenzione e memoria, sui processi emotivi, sull’autocontrollo, sulla socializzazione e l’identità personale”.
Un fenomeno che come riporta Corriere.it, in Corea del Sud è stato chiamato “demenza digitale”.

La tesi sui pericoli di un’educazione digitale è stata sostenuta anche da Roberto Casati, filosofo e direttore di Ricerca al Cnrs, che ha recentemente pubblicato il libro “Contro il colonialismo digitale” e che ha evidenziato come “non è ancora chiaro il contributo pedagogico che le nuove tecnologie possono dare”.

“Una delle ragioni più probabili risiede nel fatto che le tecnologie di oggi sono molto distraenti e abbassano la soglia dell’attenzione. Non sono contrario alle tecnologia nella scuola, ma sono contro la logica di sostituzione che oggi sembra prevalere. Il mio è un invito alla prudenza: strumenti low tech devono continuare a coesistere con i nuovi, valutando a che cosa possano meglio servire gli uni e gli altri”, ha detto Casati.

Da parte sua, il dirigente dell’istituto Stefania Pasqualoni ha sostenuto che al momento “l’approccio della scuola è quello di sperimentare e poi verificare, attraverso il monitoraggio previsto dal Miur”.
“Non vogliamo crescere dei piccoli robot. Il progetto prevede che solo tre ore delle 40 settimanali vengano dedicate all’uso delle tecnologie. Quasi lo stesso tempo previsto dalle insegnanti che le usano in laboratorio di informatica”, ha poi aggiunto.

Insomma: da una parte il Piano Nazionale Scuola Digitale investe ingenti somme per rendere più tecnologica la didattica dall’altra sono ancora numerosi i dubbi sui rischi di tale sistema d’insegnamento.

Redazione