L’Haka Maori di Grillo

Beppe Gillo (Getty Images)
Beppe Gillo (Getty Images)

Se proviamo ad andare oltre le parole rivolte da Matteo Renzi e Silvio Berlusconi nei confronti di Beppe Grillo – “buffone” e “assassino” – sembra che il premier e il leader di Forza Italia siano caduti nella trappola tesa dal grande comunicatore del Movimento 5 Stelle: quella di portare i contendenti, sopratutto il segretario PD, in un terreno non loro e svelare il proprio nervosismo.

Siamo al secondo atto di quel confronto fra Matteo Renzi e Beppe Grillo, inaugurato con le consultazioni per la formazione del governo, la compagine guidata dal premier più giovane di sempre. “’Beppe esci da questo blog, questo è un luogo dove c’è il dolore vero delle persone, c’è bisogno di affrontare le questioni reali” furono le parole che l’ex sindaco di Firenze rivolse ad un Grillo che si contrapponeva in maniera rabbiosa, e in quella sede inedita, al protocollo istituzionale e ai rituali della politica. All’indomani si parlò di un confronto che aveva visto prevalere l’uno o l’altro dei contendenti. Non in termini di contenuti, ma di strategia della comunicazione. Certo quella frase apparve come il colpo di fioretto di un enfant prodige della politica, che sigillava in un’espressione semplice, quasi paternalistica, la politica delle caverne urlata da un vecchio esagitato. In realtà non ci fu un vincitore perché si trattò – e lo si comprende ora – del primo atto. Quello che Grillo ha compiuto quel giorno è stata la sua personale Haka Maori la danza che gli All Balcks, la nazionale neozelandese di rugby, ha portato sul palcoscenico del mondo. E’ un rituale che affascina e, sopratutto, innervosisce gli avversari. Ascoltano le grida di sfida dei contendenti e comprendono c’è qualcosa di irrazionale, forte e atavico, che va al di là della contesa. Quello che inquieta gli avversari di Grillo è la sua capacità di intercettare la rabbia. Per questo, rispetto alle parole sprezzanti di un Renzi e di un Berlusconi, l’insulto proferito dal comico genovese ha una semantica diversa. Grillo nelle urla traduce la rabbia della sua audience. In un certo senso, in termini politici, le parole e le espressioni che usa non possono essere imputate direttamente a lui. E’ il portavoce di un grido, per così dire. Le repliche di Renzi e Berlusconi appartengono ad un linguaggio diverso, estemporaneo e dilettantesco. Non rappresentano il disagio di nessuno: sono la contromossa di leader che anelano ad una vittoria senza se e senza ma – Renzi – o ad una sconfitta che non abbia il sapore del sipario calato su un’avventura durata vent’anni – Berlusconi – . Il problema è che non si può mutuare improvvisamente il linguaggio di un avversario politico e piegarlo ai propri scopi. Quando l’espressione ingiuriosa appare priva di legittimazione emerge il nervosismo di chi tenta la sortita in un campo che non gli appartiene. Perché in politica nulla è semplice, e tutto rimanda ad altro, più complesso e non immediatamente conquistabile, anche un insulto. Alla fine Beppe non è uscito dal blog. E’ stato Matteo ad entrarci.

A.D.B.