Riforma del Senato: è scontro sul modello francese

Maria Elena Boschi (Getty IMages)
Maria Elena Boschi (Getty IMages)

 

La lunga giornata del Partito Democratico sul fronte delle riforme istituzionali inizia in mattinata con un incontro al Senato tra Maria Elena Boschi ministro per le Riforme Anna Finocchiaro il presidente della Commissione Affari Costituzionali di Palazzo Madama. Il Pd sembra intenzionato a superare le resistenze interne dei 20 senatori “dissidenti” che sostengono la proposta di riforma presentata da Vannino Chiti – dimezzamento dei parlamentari in entrambe le Camere e il Senato che rimane elettivo – ricorrendo al modello “francese”. La presidente della Commissione, Anna Finoccharo ritiene anzi che con esso la proposta di Vannino Chiti deve ritenersi definitivamente bocciata “Oggi ci sono due opzioni di modifica – sottolinea la senatrice PD illustrando il modello francese – la prima è un sistema di scelta che prevede un listino dei consiglieri regionali eletti dall’assemblea dei sindaci, e un’altra che è quello che viene chiamato sistema francese con una platea molto ampia di elettori”.
La scelta del modello francese sembrava dunque capace di dissolvere le nubi di una giornata che si preannunciava complicata, con la Lega che, sul cammino della riforma, annunciava non meno di 3.500 emendamenti. La Presidente riteneva possibile il loro ritiro “Così come mi auguro – ha affermato subito dopo – che gli emendamenti delle altre forze politiche posano essere ritirati, trovando l’intesa più ampia possibile”.

L’ostacolo minore sembrava proprio quello della minoranza PD, anzi la carta del modello francese sul tavolo delle riforme sembrava ipso facto sinonimo d’intesa all’interno del gruppo. Su questo la senatrice si diceva pronta a “giurare”. Al punto da ritenere che, con il modello francese, l’elezione diretta dei senatori non potesse neanche più ritenersi “un’ipotesi in campo”. Rimanevano in definitiva due incognite nel percorso verso l’intesa definitiva: i sì del Nuovo Centrodestra e di Forza Italia e il numero di emendamenti .

Ma già i primi commenti del senatore dissidente Corradino Mineo facevano presagire una giornata diversa dalla aspettative: “La Costituzione francese – ha spiegato – gioca intorno all’elezione diretta del Presidente della Repubblica, dominus del governo e soprattutto garante della Costituzione e dello spirito repubblicano”. Secondo Mineo la riforma alla francese del Senato significherebbe, in Italia, affidare “affidare le garanzie costituzionale a un Parlamento per metà eletto con legge maggioritaria e partitocratica, per l’altra metà nominato dalla casta degli amministratori”.

A ribadire che il problema della dissidenza interna era tutt’altro che risolto interveniva il senatore PD Massimo Mucchetti Presidente della Commissione Industria: “Sulla riforma del Senato è in gioco la Costituzione; su di essa nessun governo può chiedere la fiducia e nessun partito può imporre una disciplina militare. Altrimenti bisogna avere il coraggio di proporre l’abolizione dell’articolo 67 della Carta Costituzionale che afferma che ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato. La riforma costituzionale – afferma ancora il senatore PD – interpella la coscienza di ciascun parlamentare”.

Gli auspici della mattinata si così dissolti: il senatore Mucchetti ha bocciato senza appello il modello francese: “La parola mediazione non può mascherare un pasticcio che non cambia la sostanza, anzi la peggiora. Gli eletti negli enti locali deputati a scegliere il Senato di Parigi sono ben più numerosi, 180mila e possono eleggere chiunque abbia compiuto i 24 anni. Di più, da marzo scorso non saranno candidabili sindaci e presidenti di regione per evitare il doppio mandato, che ha dato prova negativa. Al senato francese infine si contrappone l’Assemblea nazionale con i deputati eletti con doppio turno di collegio, e non la Camera dei deputati dell’Italicum, con premio di maggioranza a chi supera il 37% o vince il ballottaggio di coalizione con liste decise dall’alto. E’ un sistema, quello francese, con una forte coerenza interna” ha spiegato il senatore Mucchetti. Ed ha concluso: “Stiamo incollando parti di costituzioni altrui. Potremo copiare invece, e copiare bene. Non dobbiamo costruire un corpo elettorale autoreferenziale”.

Dunque i venti senatori della minoranza PD che convergono sulla proposta di Vannino Chiti, appaiono tutt’altro che convinti dal modello francese al punto da presentare, compatti, il contenuti del disegno di legge sotto forma di emendamenti. Nel pomeriggio la Lega Nord ha depositato i suoi: 3.806 che superano 3.500 emendamenti attesi in mattinata. In tutto, gli emendamenti presentati dai gruppi in commissione sono risultati circa 5.200. E in serata è arrivato ecco il no al modello francese da parte di Forza Italia. Incontrando i giornalisti il capogruppo FI a Palazzo Madama il senatore Paolo Romani non esita a definirlo “inaccettabile”. E’ lo stesso Romani che all’inizio del percorso per le riforme aveva ammonito il premier Matteo Renzi: “Se non tratta non tratta il Senato sarà la sua Saigon”.

La discussione sugli emendamenti comincerà domani. Non ci vorrà molto per capire se la Commissione Affari Costituzionali diventerà presto un giardino francese o l’inizio di uno scontro capace di far perdere tempo prezioso all’agenda di Governo.

Redazione
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