Benigni e Scalfari a Napoli, nel ricordo di Berlinguer e Troisi

Roberto Benigni (Getty Images)
Roberto Benigni (Getty Images)

Un incontro al Teatro San Carlo tra Roberto Benigni ed Eugenio Scalfari ha concluso la “Repubblica delle Idee” il festival di incontri, dibattiti e eventi organizzato a Napoli dal quotidiano; la chimica tra l’austero fondatore di Repubblica e la vitalità dell’eterno ragazzo toscano produce un linguaggio che si dipana su più livelli, dove la realtà e la cronaca del Paese sono viste attraverso lo specchio dell’ironia e le chiavi di lettura offerte dalla nostra storia. Ma è anche un incontro sul filo dei ricordi personali, con il pensiero che ritrona a due amici: Massimo Troisi  ed Enrico Berlinguer scomparsi entrambi a giugno di venti e trent’anni fa.

Esordisce proprio Eugenio Scalfari portandosi, dopo i saluti di rito, al centro del palco: “Questo nostro incontro sarà un incontro giocoso, e tuttavia io oggi voglio ricordare – questo non è giocoso” sottolinea subito Eugenio Scalfari “ la morte di Enrico Berlinguer: sono passati trent’anni. Berlinguer è un persona che fa parte non soltanto della storia del partito comunista ma è parte della storia della democrazia italiana; io ero molto amico di Enrico Berlinguer – e qui Scalfari si commuove – e lo intervistai 5 o 6 volte su Repubblica” e ricorda: “una volta nel 1981 lui fece un’intervista in cui disse che tutti i partiti dovevano uscire dalle istituzioni che avevano indebitamente occupato ed è questo, purtroppo, il programma che abbiamo ancora da adempiere. Ma lui lo disse nell’81 e fece il possibile perché questo avvenisse. E c’è un’ultima cosa che voglio dire. Ho visto di nuovo la sua morte in quel film che ha fatto Walter Veltroni ed è spaventoso: perché lui era già morto e la volontà di essere il leader del Pci lo obbligava a finire il discorso mentre la folla – che aveva capito – gli diceva vattene via”.

Dopo l’omaggio di Scalfari a Berlinguer è la volta di Roberto Benigni che si rivolge al passato e lo paragona alla cronaca del presente: “Continua la grande tradizione italiana: siamo qui al San Carlo dove si sono rappresentate grandi opere: il Guglielmo Tell di Rossini, il Nabucco di Verdi, La Norma di Bellini; ora abbiamo l’Expò di Greganti – Frigerio e il Mosè di Galan- Orsoni”. Lo incalza Scalfari “Guarda che l’altro ieri hanno fatto i Pagliacci”. Benigni ironizza: “dobbiamo fare attenzione all’allarme sociale: lo scandalo della Banca Carige a Genova e in Liguria, la Giunta della Regione Piemonte, l’Expò  a Milano e il Mose a Venezia. Bisogna stare attenti che tutta questa malavita organizzata del Nord non scenda a Sud. Ho già sentito di gente a Sud che vuole la secessione, perchè non vuole avere niente a che fare con quelli lì”. E su Galan: “prendeva 100 mila euro al mese, ma non denunciandoli risultava che guadagnava poco. Così ha preso anche gli 80 euro a maggio di Renzi”. E qui il tono diventa più severo: “La legge ci rende liberi: questi sono talmente deboli e vili che non hanno neanche la forza di rispettare le regole. Quello che contraddistingue la corruzione è l’essere praticata da gli ultimi ma questi non sono ultimi che diventeranno i primi. Questi sono ultimi che resteranno ultimi”.

Su Matteo Renzi il fondatore di Repubblica ha osservato: “Ieri abbiamo sentito un presidente del consiglio che piace. A me non tanto. Ho scritto su Repubblica per due domeniche di seguito “A me non piace ma bisogna votarlo” ed ho spiegato perché”. Scalfari mostra cautela sull’esito plebiscitario delle europee : “Questo 40,8 ha del miracoloso. Tuttavia apro una parentesi: Matteo Renzi ha preso il 40, 8 e 11 milioni di voti. Walter Veltroni quando fu candidato alla presidenza del Consiglio prese il 34%, quindi meno, e tuttavia prese non undici ma 12 milioni di voti. Enrico Berlinguer quando era era arrivato al massimo, con il Partito Comunista al 34 – 35 %, prendeva 17 milioni di voti. Questo – puntualizza Eugenio Scalfari – fa capire che la percentuale non dice tutto.  La valutazione del voto deve essere fatta considerando “ i numeri assoluti: tutto dipende da quanta gente non vota“.

Benigni si mostra ancora incredulo sull’affermazione renziana alle europee “ il 41 per cento il Pd non l’ha preso neanche alle primarie del Pd. Ora in Bulgaria quando c’è una vittoria schiacciante si parla di percentuale renziana”. E scherza sui dubbi sollevati qualche qualche giorno fa da Beppe Grillo nel suo blog: “Grazie per il teatro pieno. I sondaggi lo davano per vuoto, ci devono essere stati dei brogli.

Il comico toscano fa ancora un riferimento all’affermazione elettorale del Partito Democratico quando è sollecitato a commentare il tema del festival “Riscrivere il Paese”. Benigni diventa un fiume in piena: “In questi momento in cui ci sono questi venti di destra forte in Europa abbiamo avuto questa vittoria del PD e allora dobbiamo ricordare che l’Italia è il Paese del miracolo perpetuo: resistiamo a tutto. Nel Medioevo abbiamo reagito alla disgregazione e alla crisi del mediterraneo. Durante quegli anni bui San Benedetto, non a caso il patrono d’Europa, con l’aggiunta di un parola “labora” ha rivalutato il lavoro come continuazione dell’opera di Dio e ha mandato dei frati in giro per l’Europa, dove non c’era più niente, a ricopiare i libri e diffondere il sapere: ha salvato la cultura occidentale, non smetto mai di dirgli grazie; abbiamo dato la vita nel proteggere l’Europa con la battaglia di Lepanto; abbiamo inventato tutta la modernità partendo dalla filosofia scolastica: è li per la prima volta che si parla di Dio usando la logica, influenzando il pensiero tedesco e la filosofia moderna fino a Cartesio; abbiamo inventato il femminismo: la prima volta in cui le donne possono dire sì al matrimonio è in Italia nel Medioevo; con la confessione abbiamo inventato la psicanalisi: da qui nati tutti i movimenti di autocoscienza fino a Freud; abbiamo inventato la democrazia e la laicità: siamo stati l’unico Paese al mondo in cui era possibile essere chierici e laici; tutte le modernità vengono da quel periodo; banchieri fiorentini senza una lingua e senza uno Stato hanno inventato la finanza: abbiamo prestato a tutti gli imperatori, papi e re del mondo; il re d’Inghilterra Edoardo II ci deve ancora milioni di fiorini e non c’è l’ha mai ridati”.

La lode alla cultura italiana non si poteva concludere che con Dante. Roberto Benigni si avvicina al leggìo, spiega e si appresta a leggere il XXVI canto dell’Inferno. E qui il cerchio della memoria si chiude. Benigni prima declamare il canto aspetta un attimo e, commosso, si rivolge alla platea del San Carlo con queste parole: “Siamo a Napoli, è giugno ed un giorno particolare. Se in quest’incontro c’è stata qualche scintilla di gioia vorrei raggruppare tutti questi momenti e dedicarli ad un caro, caro amico: Massimo Troisi”.