Inchiesta Mose, spunta il nome di Gianni Letta. Ma lui respinge le accuse

Gianni Letta (Paolo Bruno/Getty Images)
Gianni Letta (Paolo Bruno/Getty Images)

Matteoli, Ghedini, Tremonti e oggi Brunetta ma soprattutto Gianni Letta: non conoscono tregua le rivelazioni dell’imprenditore Piergiorgio Baita rispetto a nomi noti della politica italiana, soprattutto di area centrodestra e vicinissimi all’ex premier Silvio Berlusconi, coinvolti nello scandalo sui fondi per il Mose, il costoso sistema di paratoie mobili a scomparsa messo a punto per salvaguardare la laguna di Venezia dal rischio “acqua alta”.

Secondo quanto rivela il quotidiano ‘La Repubblica’, infatti, in un interrogatorio datato settembre 2013, Baita definiva Gianni Letta “l’assicurazione per la vita”, mentre per Giovanni Mazzacurati l’ex braccio destro del premier Berlusconi sarebbe stato il “direttore del traffico”. “Devo dire che dal dottor Letta abbiamo avuto due richieste. Lo ricordo perché sono stato io a farvi fronte: la prima modesta, di dare un subappalto a una certa impresa di Roma, piccola, Cerasi e Cerami, alla quale abbiamo dato a Treporti un subappalto praticamente senza ribasso. In perdita per noi. E la seconda era la richiesta di farci carico dell’esborso”, ha aggiunto Baita in quell’interrogatorio, secondo quanto riportato oggi da ‘Repubblica’.

Baita chiama in causa anche Brunetta, spiegando che il Consorzio Venezia Nuova, pur non puntando sulla sua elezione e sostenendo invece Orsoni, “ha comunque sostenuto per lui una serie di costi elettorali”. A quanto ammontava la cifra? “Saranno stati 50 mila euro, ma posso sbagliarmi. L’abbiamo fatto come Adria Infrastrutture, credo che siano in contabilità”. Secca la smentita di Brunetta al ‘Corriere della Sera’: “Non sapevo neppure che il Consorzio Venezia Nuova mi avesse mollato. Ho peraltro un bel ricordo di quella campagna elettorale, nonostante ne sia uscito perdente. C’era un clima molto rispettoso. Ma questa storia dell’arrabbiatura per i soldi del Consorzio mi giunge nuova”.

Più articolata quella di Gianni Letta, affidata a una lunga nota, in cui spiega: “Ci vuole proprio molta fantasia per trasformare un normale e doveroso ‘contatto istituzionale’ in una richiesta o, peggio, in un versamento, e inventare così una ‘favola’ come quella attribuita alla Signora Minutillo. E non basta che lo stesso Baita in qualche modo precisi o smentisca, sia pure con fatica: meglio raccontarla quella ‘favola’. Ma come si fa a smentire una favola? Basta dire che non c’è nulla di vero? E che è tutta una fandonia? Di certo, c’è solo che, nella realtà, non esistono né richieste né versamenti. Non sono mai esistiti, mai pensati e neppure immaginati”.

“Per fortuna non sono io a doverlo dire, dal momento che prima di me, l’ha scritto con chiarezza il GIP di Venezia” – prosegue Gianni Letta – “A pagina 499 la famosa Ordinanza sul MOSE, riconosce esplicitamente che quei contatti sono ‘del tutto privi di rilievo penale, non risultando alcun tipo di richiesta, ma risultando esclusivamente un interessamento rispetto ad un importante opera quale il MOSE, rientrante nella fisiologia dei rapporti politico-istituzionali’. Peccato che qualche giornale si sia fermato alla prima stazione e non sia arrivato al capolinea dell’Ordinanza”.

Dura la critica di Gianni Letta: “L’avessero fatto, avrebbero dovuto rinunciare al gioco perverso della insinuazione maliziosa, o della suggestione subdolamente allusiva per ‘tirarmi dentro’ vicende che non mi riguardano. E questo evidentemente dispiaceva. Come tante volte era già successo in passato. Non è la prima volta, infatti, che il mio nome viene evocato o citato in una delle tante inchieste che riempiono le cronache di questi mesi”. Per Gianni Letta, in conclusione, “è ovvio che lo sia, perché negli anni di Governo, mi sono occupato di tante vicende, certo di tutte le più importanti, ma solo per dovere di ufficio e per le responsabilità connesse alla funzione ed al ruolo”.

Redazione online