Giorgio Napolitano: “Troppi conflitti minacciano l’Europa. La Ue deve tornare a svolgere un ruolo politico internazionale

Giorgio Napolitano (FILIPPO MONTEFORTE/AFP/Getty Images)
Giorgio Napolitano (FILIPPO MONTEFORTE/AFP/Getty Images)

“Questo sotto presidenza italiana non potrà essere un semestre solo di affari interni della Ue, in relazione ai problemi dell’economia, per decisivi che siano, ma un semestre di forti impulsi europei per costruire una prospettiva di stabilizzazione e pacificazione a Est e Sud dell’Europa. In questo momento, in primo piano emerge lo scontro tra Israele e i palestinesi”. Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano non nasconde la sua preoccupazione: molte crisi aperte ai confini dell’Europa, da Gaza all’Iraq, dalla Siria alla Libia fino all’Ucraina, rischiano di non essere più gestibili da un’Unione in ritardo perché – come sottolinea in un’intervista a La Stampa – in questi lunghi anni di crisi finanziaria ed economica, la dimensione della politica estera e di sicurezza comune europea è rimasta “drammaticamente sacrificata” alle ragioni della stabilità economica. L’analisi del Presidente parte da lontano: “La verità è che la comunità internazionale, dal dopo 11 settembre 2001, non è riuscita ad affrontare e ad avviare a soluzione con mezzi politico-diplomatici nessuna crisi e non è riuscita a disinnescare nessuna sfida. La prima è stata quella al terrorismo internazionale di matrice fondamentalista islamica, a cui si è opposto sia l’intervento militare multinazionale, sotto l’egida delle Nazioni Unite, in Afghanistan sia l’intervento anglo-americano in Iraq. Ma oggi siamo davanti a una vera e propria nuova guerra civile all’interno dell’Iraq e al sorgere di un disegno bellico-terroristico di fondazione di uno stato islamico nello stesso Iraq e in Siria. E questo avviene” sottolinea il Presidente “proprio alla conclusione della missione militare in Afghanistan, con molta incertezza sulla situazione che si lascia e sulle prospettive di pace interna del Paese”. Lo scenario è si fa sempre più complesso, senza che s’intraveda un percorso risolutivo. In questi anni, spiega Napolitano “non si è perseguito con efficacia un progetto più generale di consolidamento di un nuovo ordine” e il risultato è che ora “si stanno incrociando tensioni e conflitti con cui malamente conviviamo da anni e nuovi focolai di contrapposizione che hanno rotto schemi precedenti”.
La diplomazia internazionale, quella europea in particolare devono rivedere le proprie strategie: a Est ci si è limitati al “contenimento” della Russia – osserva il Presidente – che “riproduce anacronisticamente un contesto di guerra fredda: è stata messa in discussione la strategia, che ormai da molti anni si era affermata, di relazioni costruttive e cooperative tra l’Occidente e Mosca: penso in particolare alle tensioni tra l’Europa e la Russia per effetto della crisi ucraina. Ma – ammonisce Napolitano – non si può dare quasi per scontato e fatale l’esaurimento di una strategia di coinvolgimento della Russia come partner responsabile della comunità internazionale davanti alle sfide e alle minacce globali del nostro tempo”. A Sud invece “desta allarme per il continuo lancio di missili su Israele e per il rischio di un’invasione della Striscia di Gaza che costituirebbe una escalation dalle conseguenze imprevedibili. E non possiamo dimenticare che il dato più rilevante, prima di questi ultimi sviluppi nell’Est europeo e in Medio Oriente, era la guerra civile siriana”. L’aggravarsi di queste crisi rivela l’insufficienza della diplomazia, che non è riuscita ad avviare negoziati davvero risolutivi: “Oggi c’è il rischio che si incrocino l’attacco fondamentalista in Iraq, le ricadute già pesantissime in tutta l’area del perdurante conflitto in Siria, in termini di fenomeni dilaganti di esodo di rifugiati nei Paesi vicini, con ciò che ora sta accadendo tra Israele e Hamas a Gaza e di cui già possono cogliersi riflessi pericolosi anche in Libano. E non è necessario – aggiunge il Presidente – che io insista sull’acutezza che presenta la persistente instabilità e fragilità della situazione in Libia, che vede l’Italia – e deve vedere tutta l’Europa – impegnata in un tenace sforzo di institution building e di governabilità”.

Redazione