Palazzo di Giustizia di Bergamo (foto dal sito ufficiale)

Palazzo di Giustizia di Bergamo (foto dal sito ufficiale)

E’ partita già da settimane la strategia della difesa di Bossetti, il presunto assassino di Yara Gambirasio. Non solo le frequenti perdite di sangue dal naso e la possibilità che qualcuno abbia rubato uno dei suoi attrezzi da lavoro, usandolo poi per uccidere Yara.

Per difendersi, il muratore di Mapello, ha rispolverato, davanti ai magistrati di Bergamo, anche un’ipotesi che era già circolata qualche settimana dopo la scomparsa della ragazzina di Brembate di Sopra: l’omicidio come “vendetta contro il padre”, la punizione per uno sgarro non tollerato da personaggi poco raccomandabili che lavoravano nei cantieri della zona.

Palazzo di Giustizia di Bergamo (foto dal sito ufficiale)

Palazzo di Giustizia di Bergamo (foto dal sito ufficiale)

“In cantiere dicevano tutti che Yara era stata uccisa per una vendetta contro il padre”, ha messo a verbale Bossetti davanti al gip Ezia Maccora, lo scorso 19 giugno, tre giorni dopo il fermo. Da quanto si è saputo, però, Bossetti, che è stato anche interrogato dal pm Letizia Ruggeri martedì 8 luglio (le sue dichiarazioni ai magistrati riempiono 67 pagine), si è limitato a riportare delle “voci” che circolavano nel suo ambiente di lavoro, “chiacchiere da bar” che non ha potuto supportare con alcun indizio utile. Al giudice che gli ha chiesto se nei cantieri dove lavorava si discuteva dell’omicidio di Yara, ha risposto che l’argomento “era all’ordine del giorno” e che si parlava di “una vendetta” legata “a presunti rapporti tra la ditta Lopav” e “il signor Gambirasio che fa il geometra nell’edilizia”.

Un’ipotesi, quella di presunti legami tra l’azienda, ambienti criminali e il caso Yara, già venuta a galla sui media, ma a cui gli inquirenti all’epoca, dopo le verifiche del caso, non hanno dato credito perchè priva di riscontri. “Non ho nulla da nascondere e non ho nessun nemico”, disse Fulvio Gambirasio, padre di Yara, il 12 dicembre del 2010.

“Mentre i legali del presunto assassino -racconta republica.it, gli avvocati Silvia Gazzetti e Claudio Salvagni, sono in silenzio stampa, la sensazione è che la difesa non voglia tralasciare alcuna pista alternativa per dimostrare l’innocenza del carpentiere, al momento inchiodato dalla prova del Dna e dalla sua presenza, registrata da una cella telefonica e da immagini di telecamere di sorveglianza, attorno alla palestra di Brembate il 26 novembre del 2010, quando scomparve la tredicenne”.

Redazione online