“Uccidi il padre”: recensione

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Sandrone Dazieri per mestiere inventa delitti, ma questo lo sapete già. È nato a Cremona nel 1964, e dopo aver abbandonato la carriera di cuoco, è diventato uno dei più apprezzati scrittori e sceneggiatori italiani. Infatti, è autore di diversi noir di successo (Gorilla Blues, Attenti al gorilla, La cura del gorilla, Gorilla!, Il Karma del Gorilla, La bellezza è un malinteso, È stato un attimo, Bestie, Cemento armato, Le madri atroci, ecc.); è sceneggiatore di serie tv (Squadra Antimafia, Intelligence, R.I.S. Roma, ecc.); è consulente per la Fabbri, e lo è stato anche per la Mondadori… insomma, tutti fatti noti. Ma chi di voi sa che dalla sua energica ed impulsiva natura è nato un nuovo romanzo mozzafiato? Si intitola Uccidi il padre (Mondadori) e non è affatto un giallo metropolitano, è un thriller dal ritmo serratissimo, che tiene incollato il lettore dalla prima all’ultima pagina in un crescendo di tensione e colpi di scena.

Uccidi il padre è un romanzo pieno di azione, dove i gesti, seppure in apparenza minimi, sono in grado di scardinare le certezze di intere vite. I personaggi sono complessi, problematici: hanno cicatrici e ferite profonde. I tratti psicologici sono ben delineati, ogni elemento della storia è concatenato all’altro, e quando si crede di aver intuito l’enigma, si rimane spiazzati dai risvolti inquietanti. Le labirintiche pagine, ci avvertono sin da subito: qui non si scherza. Infatti, l’incipit è esaustivo e rivela la scomparsa di un bambino in un parco alla periferia di Roma. Poco lontano dal luogo del suo ultimo avvistamento, la madre è stata trovata morta, decapitata. Gli inquirenti credono che il responsabile sia il marito della donna, che in preda a un raptus avrebbe ucciso anche il figlio nascondendone il corpo. Ma quando Colomba Caselli arriva sul luogo del delitto capisce che nella ricostruzione c’è qualcosa che non va. Colomba ha trent’anni, è bella, atletica, dura. Ma non è più in servizio. Si è presa un congedo dopo un evento tragico. Eppure non può smettere di essere ciò che è: una brava poliziotta. E il suo vecchio capo lo sa.

Infatti, non è facile darla a bere a Colomba Caselli, la detective con “il viso da guerriera” che s’insospettisce non appena arriva sul luogo del delitto. Così, il suo ex boss la mette in contatto con Dante Torre, soprannominato “l’uomo del silo”, un esperto di persone scomparse e abusi infantili. Di lui si dice che è un genio, ma che le sue incredibili capacità deduttive sono eguagliate solo dalle sue fobie e paranoie, perché da bambino è stato rapito e, mentre il mondo lo credeva morto, cresceva chiuso dentro un silo, dove veniva educato dal misterioso individuo che da Dante si faceva chiamare “Il Padre”. Adesso la richiesta di Colomba lo costringerà ad affrontare il suo incubo peggiore. Perché dietro la scomparsa del bambino Dante riconosce la mano del suo ex rapitore. Ma se è così, perché il suo carceriere ha deciso di tornare a colpire a tanti anni di distanza? E Colomba può fidarsi davvero del suo intuito o la sta conducendo a caccia di fantasmi? Insomma, la “guerriera” e il “genio fobico” dovranno lottare contro complotti, segreti e contro il Male puro.

E se la figura predominante del romanzo, è “Il Padre”, il carceriere disumano e poco paterno, l’aspetto procedurale analizzato non è lasciato all’improvvisazione: è ingarbugliato e credibile, e oscilla tra l’istinto, il cinismo e la noncuranza. Il cupo affresco dipinto, attraversa i paesaggi urbani di Roma fino ad arrivare a un pianura cremonese fatta di cascine abbandonate e di strade bianchissime, dove il legame soffocante dei protagonisti, si nutre degli occhi del lettore, che ahimè non può fare altro che sprofondare in una trama claustrofobica, oscura, dai grimaldelli e dagli incroci narrativi geniali, sorprendenti e imprevisti, come un grande e inquietante scenario phildickiano.

Lo stile versatile dell’autore lascia molti spunti di riflessione. I misteri narrati sono come il ritmo del romanzo: senza tregua, senza respiro. Gli intrecci sono sentieri caleidoscopici che mettono a nudo l’affascinante contaminazione narrativa, le efferatezze umane, le sanguinanti e agghiaccianti transazioni delle multinazionali globalizzate, gli esperimenti militari, i sottoboschi politici, i complotti alla spy story, facendo sì che il semplice caso di rapimento si trasformi in qualcosa di più grande, e di più spaventoso.

Giocando tra il reale e l’onirico, Uccidi il padre non è solo un romanzo avvincente, ma è anche l’epifania di un affare piuttosto “sporco”. Così, la semplice caccia al killer, rivelerà nello specifico un substrato raccapricciante. E con una cifra stilistica disinvolta, ironica, soprattutto nei dialoghi serrati, l’autore condurrà il lettore verso un finale che non è affatto scontato, anzi riserverà un’ulteriore sorpresa. È per questo che non si può fare a meno di “innamorarsi” di questi personaggi rotti, spaccati, che riflettono un mondo altrettanto disintegrato e impuro. Allora, il talento narrativo fonderà inseguimenti, attrazioni amorose, punizioni, cicatrici e persino poesia, quella che “il tempo perduto” è in grado di evocare con sublime bellezza. È la vita ammassata negli scatoloni di Dante, il collezionista per eccellenza di giocattoli, di canzoni e di storie passate, che sapranno regalare struggenti respiri prima di farci ripiombare nell’incubo.

Con abilità poliedrica, Sandrone Dazieri citerà anche gli esperimenti in perfetto stile The Manchurian Candidate, il mercato nero degli snuff film… insomma, un universo a misura di orrori, misto agli stilemi della cultura pop occidentale degli anni Settata e Ottanta. E non mancheranno neanche le ricerche approfondite, le osservazioni da certosino, le serie cult della tv, come Supercar o il telefilm “medical drama poliziesco” Quincy di Glen Larson e Lou Shaw, nonché le canzoni, e le pellicole come Alba rossa di John Milius, L’uomo che cadde sulla terra di Nicolas Roeg e Zardoz di John Boormann. Omaggerà anche il romanzo Il collezionista di ossa di Jeffery Deaver, il gruppo punk-rock italiano “Cattive abitudini”, e accennerà ironicamente a Squadra Antimafia e a R.I.S., o meglio sarà la protagonista ad ammiccare al lettore: «Non chiamarla Squadra Omicidi», dice Colomba al giovane autista, «Quello è nei telefilm».

In conclusione, Uccidi il padre è un viaggio dritto, dritto all’Inferno, e state certi che se vorrete intraprendere questo sentiero, vi toccherà tenere gli occhi ben aperti, perché tutti hanno dei segreti… un’apertura di cui il Male saprà sempre approfittarsene. Tocca a noi, alla nostra misera vulnerabilità, al nostro dolore, riuscire a trovare la forza di uscire dal cuore delle tenebre. Solo così saremmo in grado di osservare le mappe segrete delle nostre storie personali, i diagrammi di tutte le nostre vecchie ferite, e toccare con mano viva, e non più tremante, tutte le parole, i colpi e i battiti che furono carne.

Silvia Casini