Pakistan, blasfemia: si allontana la speranza per Asia Bibi

Sostenitori di Asia Bibi (Getty images)
Sostenitori di Asia Bibi (Getty images)

In Pakistan si allontana la svolta per il caso di Asia Bibi, una donna in carcere da cinque anni dopo una condanna in primo grado per presunta “blasfemia”, è in attesa dell’avvio del processo di appello davanti all’Alta Corte di Lahore.
Infatti si apprende che sulla vicenda graverebbe anche l’ombra dell’omicidio di un giudice.
Secondo quanto riportano i media, il direttore del magazine di Lahore “The Christian View”, il prete pakistano Bernard Inayat, intellettuale e giornalista, la situazione di Asia non promette nulla di buono così come per il caso di un altro cristiano condannato morte per accuse di blasfemia, Sawan Masih.
“Rispetto a Meriam, la situazione di Asia Bibi è ben diversa. Le pressioni in Pakistan sono fortissime e la legge sulla blasfemia è intoccabile. Per questo, anche i cristiani, presa coscienza di ciò, hanno scelto la strada di proporre almeno delle modifiche procedurali, per fermare gli abusi. Infatti la legge, per come è fatta, è un comodo strumento per accusare chiunque, in qualsiasi luogo, volendosene liberare, grazie a falsi testimoni” riporta il Vatican Insider.

Padre Inayat riferisce che “in particolare, sul caso di Asia pesa l’ombra dell’omicidio di un giudice dell’Alta Corte. Dopo aver assolto nel 1994 i due cristiani Rehmat Masih e Salamat Masih, tre anni più tardi il giudice musulmano Arif Iqbal Bhatti è stato brutalmente assassinato nella sua stanza all’Alta Corte di Lahore. Nessuno dei magistrati di oggi ha dimenticato e potrà mai cancellare dalla mente quell’omicidio, che è stato un chiaro avvertimento”.

“Molti giudici non approvano la legge sulla blasfemia e sanno che Asia è innocente” prosegue il direttore del magazine cattolico che sottolinea come “nessuno vorrà mai giudicare e assolvere Asia Bibi, perché farebbe la stessa fine di Arif Iqbal Bhatti. In questo stato di cose, assisteremo a una eterna litania di rinvii per quel processo. Nessuno sa se e quando il caso sarà mai calendarizzato e discusso in aula”.

L’unica speranza per salvare la giovane madre è quella di confidare nella provvidenza che secondo Inayat “può aprire porte e riportare luce laddove tutto sembra finito e buio”.
“Sul terreno la situazione è questa, occorre dirlo per non farsi illusioni – sostiene il direttore- Sebbene un ottimo team di avvocati, cristiani e musulmani, sia impegnato sul caso, i tempi del processo di Asia Bibi potranno prolungarsi in modo indefinito”.

Per il direttore della rivista vi sarebbero due emendamenti procedurali da applicare: “Auando c’è un caso di supposta blasfemia, bisogna porre in stato di fermo l’accusato e il suo accusatore, per stabilire chi sia la vittima. E l’indagine va svolta da un Soprintendente di polizia, non da agenti di rango più basso. Solo dopo l’indagine, può essere registrata una denuncia ufficiale (First information report), a carico dell’uno o dell’altro. Si potranno frenare gli abusi della legge se chi accusa falsamente rischierà pene simili a chi commette il reato”.

Nel suo intervento padre Inayat ha anche ricordato quando il premier italiano Matteo Renzi nel discorso di insediamento alla presidenza dell’Unione Europea ha citato “Asia Bibi e altri casi di persecuzione dei cristiani, è molto incoraggiante per noi. Gli fa onore, e i cristiani pakistani lo ringraziano”.
“E’ importante che in Europa si diffonda nell’opinione pubblica la consapevolezza della persecuzione che subiamo- prosegue il direttore affermando che “la discriminazione religiosa è istituzionalizzata, dato che la Costituzione impone che nessun presidente di stato o di provincia può essere un non musulmano”.

Infine, Inayat ritiene pertanto che “l’Europa possa fare molto, dati i rapporti economici e politici con il Pakistan. Può far valere il suo peso politico nel chiedere al governo pakistano di combattere la corruzione e garantire a tutti i cittadini, di qualsiasi fede, lo standard per il rispetto della libertà religiosa e dei diritti umani”.

Redazione