“L’inizio di qualcosa di bello”: recensione

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Con il romanzo L’inizio di qualcosa di bello, l’autrice Lizzie Doron ha preso le parole dalle ricordanze, le ha lavorate con delicatezza, e le ha impastate conferendo all’intero testo un tono preciso, un accento fiero incastonandovi dentro uno dei suoi sguardi più illuminati.

Il libro è come un vento liquido, reso tale dalla dolcezza della memoria, perché si sa, fuggire non serve a nulla quando è impossibile dimenticare. E lo sanno bene anche Gadi e a Hezi che continuano ad amare Amalia la ribelle, indomabile da bambina come da adulta, testarda e sarcastica all’inverosimile, l’unica a essere rimasta nel quartiere che li ha visti crescere, quello stesso quartiere abitato dai sopravvissuti alla Shoah come i loro genitori, quello stesso quartiere che è un luogo di nostalgie, di sofferenze rimosse e di timorose speranze. E nonostante siano distanti, non riescono a non fare a meno di contemplare il passato, l’intreccio delle verità negate e le questioni irrisolte, perché sanno perfettamente che la felicità è una conquista.

Amalia Ben Ami, invece, è rimasta lì, non si è mossa, è restata al centro del turbinio delle emozioni. Israeliana di origine polacca, è lei che continua con resilienza a risiedere a Bitzaron. Ha 53 anni, è single, e fa la speaker radiofonica. Vive in un ambiente protetto che sembra una Torre di Babele, un posto dove l’impermanenza della vita, la malinconia, i dolori, le ferite, e i sogni rarefatti sono soltanto delineati e salgono in spirali morbide, ondivaghe. Amalia ha il piglio ironico, tenace: è con quello che tenta di inventarsi un’esistenza scevra dai fantasmi del passato. Purtroppo però tutto ha un peso, soprattutto i sentimenti. E lei ne è perfettamente conscia.

Ed è così, che su una scia di rimembranze, il lettore apprende che sua madre Itka era una donna apparentemente fredda, e che sembrava prediligere sua sorella Michaela, soprannominata “Miss Perfezione” dalla stessa Amalia, in quanto gallerista d’arte sobria ed elegante. Ma non solo… Hezi e Gadi erano innamorati di lei, solo che alla fine avevano deciso di prendere un altro volo: uno per Parigi, l’altro per New York. Il punto è che credono di scappare via dalla sofferenza, perché non hanno la stessa tempra di Amalia: volubile, intelligente, sardonica e alla perenne ricerca del grande amore.

Tutti e tre sono lontani, ma tutti e tre sono in preda ai loro personali ricordi e traumi. E questo complicato triangolo amoroso, coinvolgente, quanto doloroso, nasconde la loro vera natura. La romantica Amalia si cela dietro una scorza ironica, sfrontata. Il sognatore Hezi è un affascinante incantatore che serba segreti e anime falciate dalla Shoah, il cui ricordo è vivo, intenso. E quando tra i due si presenterà l’occasione di costruire qualcosa di bello, Amalia finirà in una sorta di Inferno dantesco che la farà desistere e ritornare sui suoi passi. Il solitario Gadi, invece, che incontrerà in seconda battuta, non ha mai spesso di pensarla. La sua “Malinka” (è questo il soprannome di Amalia) diventerà per lui un chiodo fisso, tant’è che nonostante sia sposato con la ricca Dina e abbia due figli, non fa altro che ritornare sui luoghi amati e mai dimenticati. Eppure è consapevole che il suo umore tormentato è la causa del malessere di sua moglie. Ma per Hezi e Gadi, “Malinka” è la donna, l’amore, il mito. È la ribelle dai capelli ricci, gli occhi azzurri ammaliatori, la voce distante, ma compenetrante le loro esistenze.

Ed entrambi sanno che la sola forza del suo temperamento incendiato dal sole, è l’unico in grado di strappare via il diaframma irrisolvibile tra loro e il passato. Lei è l’unica in grado di far disperdere tutt’intorno la memoria, le resistenze, perché le loro vite interiori son la materia ancestrale che li ha espulsi, e che non si lascia mai, afferrare mai toccare, ma soltanto sfiorare. Lei è il loro rapimento innescato da una fiamma segreta, inaudita, e impossibile.

E oltre alla densità emotiva del magico trio, nel libro compaiono anche altre personalità che fanno da corollario ai loro destini. Alcune figure sono aspre, dure, altre invece sono tragiche, eroiche, e intimamente possenti, come la madre di Hezi che una volta diventata muta e sorda, comunicherà disegnando… il suo paese natio, che non esiste più, il mondo frantumato, le assenze, e il ricordo di quell’amore mai sopito che rivive in lei ogni giorno, in ogni suo microscopico battito.

Ed è con una prosa pastosa, intricata, ricca di digressioni e flasback che Lizzie Doron conduce il lettore verso un sentiero tortuoso, ma decisamente affascinante, ed emotivamente intenso. La sua mano attenta, minuziosa e delicata, scioglie i nodi poetici ed evidenzia le cicatrici scalfite nel cuore dei protagonisti. Ironia e umorismo dolceamaro, poi, dettano il ritmo di questa narrazione emorragica offrendo al lettore la possibilità di cogliere tutte le sfumature dei vari personaggi che si muovono nel flebile filo delle loro storie e dei loro respiri, liberando con vivida grazia sfortune, scelte infauste, privazioni e limpide gioie.

Silvia Casini