Jobs act, Vendola all’attacco: “Roba di estrema destra”

Nichi Vendola (Getty Images)
Nichi Vendola (Getty Images)

“Diciamo che siamo di fronte a una deriva orwelliana. Si prova ad adoperare un vocabolario suadente per nascondere autentiche porcherie”:. Ad affermarlo, a margine di un convegno in Regione Lazio, è il leader di Sel e governatore della Puglia, Nichi Vendola, il quale ha poi meglio specificato il suo pensiero: “Il Jobs Act è una cosa di estrema destra, contempla la precarizzazione generalizzata del mercato del lavoro, è il contrario di quello che bisognerebbe fare”.

Nel frattempo, all’interno del Pd si prova a trovare la quadra dopo l’esplosione del dibattito interno, con la minoranza del partito all’attacco. Il responsabile economia, Filippo Taddei, ai microfoni de ‘La Telefonata’ di Maurizio Belpietro, ha chiarito: “Abbiamo una delega che è una riforma complessiva del mercato del lavoro, mentre si cerca di banalizzare tutto in un derby ‘sì’ o ‘no’ all’articolo 18, come se fosse questo il problema”.

Taddei ha aggiunto: “Noi pensiamo sia possibile una discussione ordinata, seria, profonda che coinvolga il Pd e tutti gli altri in modo da arrivare ad approvazione entro 8 ottobre in Senato”. Gli fa eco la senatrice Annamaria Parente, capogruppo del Pd in Commissione Lavoro: “Ciò che serve al Paese non è uno scontro ideologico e ormai superato nella realtà, ma l’allargamento dei diritti ai tanti che ora non ce l’hanno attraverso ammortizzatori universali, previsti dalla delega e per i quali è necessario stanziare risorse adeguate”.

“L’obiettivo del Jobs act è condivisibile: dobbiamo restituire qualcosa ai milioni di precari a cui anche il centrosinistra ha rovinato la vita. Poi però l’emendamento del governo finisce nella direzione opposta”, è il giudizio del presidente Pd, Matteo Orfini, intervistato da ‘Il Manifesto’; l’ex leader dei “Giovani turchi” cerca però una mediazione, dicendosi “convinto che potremo avere una posizione unitaria, ho fiducia nella nostra capacità di ascoltarci”.

Il dibattito però coinvolge tutto il centrosinistra; il segretario del Psi e vice ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Riccardo Nencini, attacca: “Tra i difensori dell’Art.18 vedo gli eredi di una tradizione politica che vi si oppose quando, nel 1970, lo Statuto dei Lavoratori approdò al Parlamento. Ad un’Italia profondamente cambiata deve corrispondere un nuovo Statuto del Lavoro”. Questa la ricetta di Nencini: “Agenzia Nazionale, una soglia minima di diritti per i lavoratori parasubordinati, stretta relazione tra scuola e mondo del lavoro, revisione profonda del modello formazione, copertura totale per i lavoratori assunti a tempo indeterminato dopo il primo anno”.

Redazione online