Alzheimer, oggi la Giornata Mondiale. Entro il 2030, previsti 76 milioni di casi

Alzheimer (GETTY IMAGES)
Alzheimer (GETTY IMAGES)

Si svolge oggi la Giornata Mondiale per la lotta all’Alzheimer, giunta alla sua 21esima edizione e promossa dall’Alzheimer’s disease international, organizzazione legata all’Oms. Si tratta di una malattia che coinvolge esponenzialmente, di anno in anno, sempre più anziani e che nel 2030, secondo quanto riporta il documento “L’impatto globale della demenza 2013-2050”, stilato in occasione del G8 dello scorso dicembre, potrebbe raggiungere i 76 milioni di casi.

Occorre dunque investire risorse nella ricerca, come spiega Gabriella Salvini Porro, presidente della Federazione Alzheimer Italia: “Siamo consapevoli che la crisi costringe il Governo ad affrontare altre priorità, ma la demenza, e la malattia di Alzheimer in particolare, sono ormai diventate un’epidemia globale. Nel mondo tredici Paesi hanno attuato un piano nazionale sulle demenze. Non sono tanti, è vero, ma tra questi ancora non c’è l’Italia. L’obiettivo da raggiungere è creare una rete di servizi e assistenza su tutto il territorio nazionale per non lasciare soli malati e familiari”.

Intanto, la medicina prova costantemente a porre un freno a questa vera e propria piaga per milioni di anziani. Proprio ieri erano stati pubblicati sulla rivista Autophagy i risultati di uno studio dei laboratori del Nico-Università di Torino, che chiariscono il meccanismo per cui si accumulano “rifiuti” nel cervello, favorendo il sopraggiungere del morbo di Alzheimer. La malattia è causata da eccessiva presenza nel tessuto cerebrale di peptidi di beta amiloide.

“Grazie a questo studio abbiamo aperto la strada a nuove ricerche. Occorre infatti indagare i meccanismi molecolari che rallentano lo smaltimento di ‘rifiuti’, così da favorire il processo di ricambio cellulare di tipo ‘positivo’ e frenare lo sviluppo dell’Alzheimer”, è stato il commento delle ricercatrici Elena Tamagno e Michela Guglielmotto, che hanno proseguito: “Questi risultati, che confermano l’importanza della ricerca di base, potrebbero aiutare a disegnare nuove terapie che possano curare, o almeno alleviare i sintomi di questa terribile malattia”.

Redazione online