Jobs Act, la minoranza Pd: art. 18 dopo tre anni dall’assunzione

Partito Democratico (ANDREAS SOLARO/AFP/Getty Images)
Partito Democratico (ANDREAS SOLARO/AFP/Getty Images)

Un gruppo di senatori della cosiddetta minoranza Pd ha presentato un emendamento alla legge delega sul lavoro, il cosiddetto Jobs Act, che prevede per i neoassunti un contratto a tutele crescenti, ma nello stesso tempo la tutela dell’art. 18 per tutti a tre anni dall’assunzione. L’emendamento, a prima firma Federico Fornaro, potrebbe rappresentare una svolta nell’ambito dei rapporti di forza all’interno della maggioranza che sostiene il governo e nello stesso Pd. In tutto, secondo quanto si apprende in questi minuti, sono sette gli emendamenti presentati dalla minoranza del partito.

“Non vogliamo promuovere conflitti né agguati. Non vogliamo fare ostruzionismo ma portare a casa un miglioramento della delega”, hanno spiegato Fornaro e Cecilia Guerra, senatrice Pd, che nei governi Monti e Letta aveva anche ricoperto incarichi di governo. Il capogruppo Luigi Zanda, da parte sua, ha chiarito: “Confrontarsi con franchezza è utile e necessario ma occorre farlo con i toni dovuti per poter raggiungere un buon risultato”.

In precedenza, la senatrice Annamaria Parente, capogruppo del Pd nella Commissione Lavoro, aveva annunciato: “Abbiamo presentato un emendamento all’articolo 1 del ‘Jobs Act’ perché siano previste risorse per finanziare l’estensione degli ammortizzatori sociali e la realizzazione delle politiche attive, che la delega prevede. Si tratta di un emendamento firmato da tutto il Pd nella Commissione Lavoro”.

“La riforma degli ammortizzatori sociali è il punto cruciale della delega perché estendere i sostegni economici a tutti i lavoratori che oggi non ce l’hanno, in primis i giovani parasubordinati, è la vera innovazione rispetto al sistema attuale”, aveva spiegato la senatrice, mentre sempre nel Pd, Andrea Marcucci, nel corso dell’assemblea del gruppo a Palazzo Madama, ha sostenuto: “Quando si entra nel merito della legge delega sul lavoro, le distanze si attenuano. Ho sensazioni positive, il Pd affronterà sostanzialmente unito questo provvedimento, fondamentale non per il destino del premier Renzi ma per il futuro del Paese”.

In mattinata, intervenendo alla trasmissione ‘Agorà’, l’ex ministro Cesare Damiano, polemico con la delega sul lavoro proposta dal governo Renzi, era tornato a chiedersi: “Se è vero che il diritto è universale, perché Renzi propone una riforma dell’articolo 18 che mantiene una tutela di serie A per me che lavoro e invece una tutela di serie B per mio figlio che entrerà nel mondo del lavoro?”. Damiano ha proseguito: “Smettiamo di dire che l’articolo 18 è quello del 1970. Lo abbiamo riformato due anni fa, con un accordo, tra Forza Italia e Pd, che ha copiato il modello tedesco, nel quale la reintegrazione nel posto di lavoro esiste”.

“La differenza è che da noi agisce per le aziende che hanno più di quindici dipendenti, mentre in Germania agisce nelle aziende che hanno almeno dieci dipendenti. Allora la storia che non si investe in Italia perché ci sarebbe l’articolo 18 non ha fondamento”, ha concluso l’ex ministro. Ma il tema è al centro della discussione anche in Forza Italia; per Daniele Capezzone, “non è vero che la riforma è già buona, e non va annacquata: è vero l’inverso, cioè che ora è troppo ambigua e invece va resa esplicita evitando compromessi furbeschi e al ribasso dentro il Pd”.

Da far suo, Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia alla Camera dei deputati, in un’intervista a “la Repubblica”, avverte: “Quando sento Renzi sostenere quelle cose li, io dico: bene, ci sto, proviamoci, è anche la nostra riforma del lavoro. Pronti a votarla, perfino con la fiducia. Ma attenzione: senza compromessi, senza azzardo morale. Dopo, lo scenario cambia però, al Quirinale dovranno prenderne atto”.

Redazione online