La grande fuga, nel 2013 quasi 100mila italiani all’estero

Emigrazione italiana (Lewis W Hine/Getty Images)
Emigrazione italiana (Lewis W Hine/Getty Images)

Sembrano scene d’altri tempi, quelle in cui i nostri nonni emigravano all’estero: scene di disperazione, dettate dalla fame, ma anche dalla necessità di programmare il proprio futuro,prima, durante e dopo le due guerre mondiali. Quelle scene oggi si ripetono, con un impatto che rischia anche di essere maggiore rispetto a quello di cinquanta o sessanta anni fa: 94mila sono gli italiani “fuggiti” all’estero nel 2013, 15mila in più rispetto all’anno precedente. Tantissimi, se si pensa che i migranti che raggiungono il nostro Paese per poi provare a restarci sono circa la metà.

Lo si legge nel rapporto della fondazione Migrantes, legata alla Conferenza Episcopale Italiana, che in un comunicato traccia un profilo degli italiani in fuga: “Per la maggior parte uomini sia nel 2013 (56,3%) che nel 2012 (56,2%), non sposati nel 60% dei casi e coniugati nel 34,3%, la classe di età più rappresentata è quella dei 18-34 anni (36,2%). A seguire quella dei 35-49 anni (26,8%) a riprova di quanto evidentemente la recessione economica e la disoccupazione siano le effettive cause che spingono a partire”.

Nel complesso, sono comunque oltre due milioni, il 48% del totale, le donne italiane emigrate: la maggior parte di loro nel continente europeo, ma è l’Argentina, con 379.551 persone di sesso femminile, il 17,6% del totale, lo Stato con il più alto tasso di immigrazione femminile dall’Italia. Tra le province da dove invece emigrano più donne che uomini, ci sono quelle di Macerata, Trieste, Fermo e Pordenone. Tra le rotte della nuova emigrazione italiana, c’è in testa invece il Regno Unito, con il 12,3% di nuovi arrivi nel 2013.

Nel rapporto, Migrantes lancia infine un appello: “Bisogna lavorare per ristabilire un rapporto fiduciario tra i migranti italiani di antica e nuova migrazione e le istituzioni italiane. Un legame che deve non solo basarsi su sentimentalismo, nostalgia e identità, ma che deve trovare concretezza nel riconoscimento della risorsa – culturale, umana ed economica – che il migrante è per il paese da cui è partito”.

Redazione online