Intervista di Renzi a Vespa: “Una sinistra che non cambia è di destra”. E’ polemica

ULTIMO AGGIORNAMENTO 19:31
Matteo Renzi (screen shot youtube)
Matteo Renzi (screen shot youtube)

Che il presidente del Consiglio Matteo Renzi abbia perso un po’ di consensi dopo le sue ultime posizioni espresse sull’articolo 18 e sul decreto delega Lavoro per cui è stata chiesta la fiducia del governo al Senato bypassando il confronto in aula di Palazzo Madama e provocando una scissione con la minoranza del Pd è ormai un dato di fatto.
Tanto che gli ultimi sondaggi, da quello dell’Istituto Piepoli a quello di Nando Paglioncelli, mostrano rispettivamente le preferenze degli italiani per il segretario Fiom Maurizio Landini su Renzi e contemporaneamente nel secondo sondaggio un calo fiducia a Renzi di ben 7 punti percentuali rispetto al mese di settembre.

Tuttavia suscita scalpore e solleva nuove polemiche l’intervista rilasciata da Renzi a Bruno Vespa che uscirà nell’ultimo libro del patron di Porta a Porta, intitolato “Italiani voltagabbana. Dalla prima guerra mondiale alla prima repubblica sempre sul carro del vincitore”, che senz’altro alla vigilia del periodo natalizio intende spopolare sugli scafali delle librerie con un titolo provocatorio.

Fatto sta, sulle rivelazione di Renzi a Vespa sono uscite alcune indiscrezioni e anteprime riportate dai quotidiani nazionali, come Corriere.it e il Sole24ore.
In merito alla delega sul lavoro alla Camera, Renzi sostiene che “non cambierà rispetto al Senato” e che nel caso in cui alcuni deputati del Partito Democratico non intendono votare la fiducia, Renzi spiega che “se lo fanno per ragioni identitarie, facciano pure”, ammonendo tuttavia che “se mettono in pericolo la stabilità del governo o lo fanno cadere, le cose naturalmente cambiano”.
Insomma, una posizione radicale sulla quale il premier non intende cedere né per quanto riguarda la minoranza interna al suo partito che sul fronte dei sindacati.
Infatti, spiega Renzi a Vespa che “se qualcuno dei nostri vuole andare con la sinistra radicale che ha attraversato gli ultimi vent’anni, in nome della purezza delle origini, faccia pure: non mi interessa. È un progetto identitario fine a se stesso e certo non destinato a cambiare l’Italia. Lo rispetto, ma non mi toglie il sonno”.
“Il sonno me lo tolgono le crisi industriali, i disoccupati, la mancanza di peso nella lotta alla burocrazia, certo non Vendola o Landini. Se si arrivasse ad una scissione, ma non ci si arriverà, la nostra gente sarebbe la prima a chiedere: che state facendo?”, ha poi aggiunto Renzi.
Tra gli altri argomenti affrontati nell’intervista anche il rapporto con i sindacati e nello specifico la Cgil per cui il premier ha ribadito di non essere disposto a venire incontro alla Cgil dopo la manifestazione promossa contro il jobs act: “Ho grandissimo rispetto per la piazza della Cgil e per i parlamentari che hanno partecipato a quella manifestazione. Ma – visto che ci chiamiamo progressisti – io sono per il cambiamento che è nel dna della sinistra. E a casa mia la sinistra che non si trasforma si chiama destra”, ha affermato il presidente del Consiglio, così come ha sostenuto nel corso dell’ultima direzione del Pd quanto ha più volte sbandierato la retorica del cambiamento collegata alla definizione del Partito democratico che dev’essere legato “alle opportunità”.

Renzi ha poi respinto la tesi per cui il fallimento del rapporto con il segretario della Cgil Susanna Camusso sia frutto di una questione di feeling personale: “Non è una questione di feeling personale, ci mancherebbe. E’ un’idea del Paese, della sua modernizzazione, del ruolo di governo e della rappresentanza civile, non un fatto umano o interpersonale”.

Reazioni

Tuttavia, se sia un fatto personale o no, il leader del Pd deve fare i conti con nuove polemiche scaturite da alcuni parlamentari del suo partito che hanno immediatamente reagito alle anticipazioni del libro di Vespa. A cominciare da Francesco Boccia, presidente della commissione Bilancio alla camera che ha commentato ai microfoni di Rainews: “Il testo deve tenere conto del testo uscito dalla direzione del Pd altrimenti sarebbe molto grave e non lo voterei. Mi auguro che questa affermazione sia datata e che la Camera tenga conto delle modifiche apportate durante la direzione del Pd. Se ciò non avvenisse io mi asterrò dal votare il testo”, ha affermato Boccia.

Anche il deputato della minoranza Pd, Stefano Fassina non si è fatto attendere rilasciando un commento ironico in replica alle dichiarazioni del premier: “Ha ragione Matteo Renzi: la sinistra che non cambia è destra. Il governo Renzi sul lavoro, purtroppo, non cambia: continua a applicare la ricetta liberista degli ultimi trent’anni, non a caso così apprezzata da conservatori italiani ed europei, spesso travestiti da tecnici”.
“Mettere la fiducia sulla delega lavoro anche alla Camera, dopo averla messa al Senato, è un segnale di debolezza politica, grave sul piano costituzionale”, ha poi annunciato categorico Fassina.

Sul testo alla Camera, la decisione deve arrivare nei prossimi giorni anche se Renzi vuole che entri in vigore dal 1° gennaio. Ma la minoranza del Pd ha annunciato battaglia attraverso emendamenti alla delega Lavoro e la legge di stabilità. Tanto che come riporta parlamentonews.it, si attende anche nuova direzione del Pd che dovrebbe essere convocata nella seconda metà di novembre, quando il premier rientrerà dal G20 in Australia del 15 e 16 novembre.

Una sinistra divisa che da una parte vuole più garanzie per il lavoratori e dall’altra mira invece ad applicare una linea socialista più europea. Ma per la minoranza, nel testo mancano decreti legislativi per la costruzione di una rete sociale di protezione fatta di strumenti di politiche del lavoro passive come ammortizzatori sociali, e attive, come i centri per l’impiego, dove non si prevedono garanzie per evitare l’invasività dei controlli a distanza nei confronti dei lavoratori, e manca una definizione del contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti, per cui i nuovi assunti a tempo indeterminato vedranno ridotte le proprie tutele. Infine l’emendamento del Governo approvato al Senato non raccoglie alcuni contenuti del documento approvato dalla direzione del Pd, riguardante le tutele nei casi di licenziamenti per motivi disciplinari.

Redazione