Jobs Act, le richieste della minoranza Pd e l’invito a smorzare i torni

Cesare Damiano (Getty Images)
Cesare Damiano (Getty Images)

Nel giorno in cui viene avviata la discussione alla Camera sulla legge delega sul lavoro, ribattezzata Jobs Act, il presidente della commissione Lavoro della Camera ed ex ministro, Cesare Damiano, esponente del Partito Democratico, ritorna sulle polemiche riguardanti il provvedimento e a Radio Città Futura spiega: “Spero che non ci sarà bisogno di mettere la fiducia, così come spero che ci siano dei cambiamenti al testo. Qualsiasi testo, in qualsiasi momento, esaminato dalla Camera o dal Senato, può subire delle variazioni, si tratta solo di farlo con misura e di non mettere in discussione la linea di marcia del governo”.

“Spero che Renzi duri fino al 2018 e porti avanti la sua strategia, ma non è mai capitato che una legge esca perfetta la primo colpo. Il lavoro parlamentare di commissione e di aula, è proprio quello di apportare le correzioni necessarie”, sottolinea ancora Damiano, che poi prova a smorzare i toni accesi di queste ultime settimane: “Penso che si debbano abbassare i toni, non voglio seguire né Renzi né Poletti sulla strada delle polemiche o dello scontro, in questo momento è necessario trovare una soluzione, come si è sempre fatto nel rapporto tra parlamento, partiti e governo”.

Damiano torna quindi su un giudizio critico alla legge di stabilità arrivato ieri dalla Banca d’Italia: “A me interessa fare critiche di merito, è inutile fare un braccio di ferro su questi temi. Ad esempio Banca d’Italia ha detto di fare attenzione a mettere il Tfr in busta paga, perché può compromettere i fondi pensione pensati proprio per i giovani, per aggiungere una pensione privata a quella pubblica”.

No alla fiducia sul testo

Contro la fiducia sul Jobs Act, l’ex viceministro Stefano Fassina, che spiega: “Mettere la fiducia sulla delega lavoro anche alla Camera, dopo averla messa al Senato, è un segnale di debolezza politica, grave sul piano costituzionale”. Contrario all’ipotesi fiducia anche Pippo Civati, che poi aggiunge: “Mi accusano di essere uno scissionista spericolato ma ora siamo di fronte ad un problema politico oggettivo. O la delega cambia molto bene alla Camera o quei trenta che al Senato hanno fatto un passo indietro per responsabilità, maturano una posizione diversa. Insomma, è successo quello che io temevo. La responsabilità quindi è di altri”.

Contro l’ipotesi fiducia anche Renato Brunetta, capogruppo alla Camera di Forza Italia: “Inaccettabile la forzatura di Renzi sul Jobs Act. Mettendo anche alla Camera la fiducia il governo finisce con azzerare qualsiasi ruolo del Parlamento, per di più su un disegno di legge delega ancora generico e confuso”. A Brunetta il provvedimento non piace ma per motivi opposti a quelli della minoranza Pd: “Si parla già di un’introduzione, più o meno esplicita, della reintegra in ragione di un licenziamento per motivi disciplinari, senza giusta causa e giustificato motivo. In un colpo solo Renzi col suo leaderismo degno di miglior causa va contro la democrazia parlamentare e contro le necessarie riforme che servono al Paese”.

Elezioni anticipate

A movimentare ulteriormente le acque ci pensa poi l’intervista di Francesco Boccia, deputato lettiano del Pd e presidente della Commissione Bilancio alla Camera, a Giovanni Minoli, su Mix24, in onda stamattina su Radio24. Il parlamentare allievo di Beniamino Andreatta, a domanda precisa sull’ipotesi di un voto in primavera, risponde in maniera chiara: “Io penso di sì”. Quindi sull’ipotesi scissione, il timore è concreto se “chi non crede nel Partito dovesse andarsene”.

 

GM