Spese pazze Emilia-Romagna: in 42 rischiano il processo

Emilia Romagna, la sede della Regione (licenza CC-BY-SA-3.0)
Emilia Romagna, la sede della Regione (licenza CC-BY-SA-3.0)

Vengono notificati in queste ore 42 avvisi di fine indagine dell’inchiesta della Procura di Bologna sulle spese dei consiglieri regionali dell’Emilia-Romagna: si tratta di 41 consiglieri regionali e della segretaria personale dell’ex Idv, oggi candidato del Centro Democratico, Matteo Riva. Al Partito Democratico, spetta il record di indagati: Marco Monari, Marco Barbieri, Marco Carini, Thomas Casadei, Gabriele Ferrari, Vladimiro Fiammenghi, Roberto Garbi, Paola Marani, Mario Mazzotti, Roberto Montanari, Rita Moriconi, Antonio Mumolo, Giuseppe Pagani, Anna Pariani, Roberto Piva, Luciano Vecchi, Damiano Zoffoli e infine Matteo Richetti; quest’ultimo si era in un primo momento candidato alle primarie per il candidato del centrosinistra, salvo poi ritirarsi dalla competizione interna alla coalizione proprio a causa di queste inchieste.

Nutrita anche la pattuglia del gruppo ormai ex Pdl, composta da Luigi Villani, Enrico Aimi, Luca Bartolini, Gian Guido Bazzoni, Galeazzo Bignami, Fabio Filippi, Andrea Leoni, Marco Lombardi, Andrea Pollastri, Mauro Malaguti, Alberto Vecchi. Per il rapporto tra spese contestate e numero di consiglieri, invece, i più ‘spendaccioni’ sono gli Idv Liana Barbati e Sandro Mandini, a cui vengono contestate oltre 400mila euro di spese, comprese quelle di un convegno con Marco Travaglio e Luigi De Magistris, ignari che a rimborsarli in realtà non fosse il partito, ma indirettamente la Regione. Non mancano poi i casi imbarazzanti di una consigliera che si è fatta rimborsare l’acquisto di un sex toy e di un altro che pretendeva il rimborso di uno scontrino rilasciato da un bagno pubblico.

Coinvolti nell’inchiesta e a rischio rinvio a giudizio anche gli espulsi dal Movimento 5 Stelle, Andrea Defranceschi e Giovanni Favia, oltre a consiglieri di Lega Nord, Sel e Federazione della Sinistra; in pratica tutti i gruppi sono stati coinvolti nell’inchiesta, dalla quale si è ‘salvato’ Stefano Bonaccini, candidato alla presidenza della Regione per il centrosinistra, il quale ha contestualizzato per tempo le sue spese, uscendo così dalle indagini.

Il fatto che però questi avvisi di conclusione indagini arrivino a circa due settimane dal voto per le regionali ha fatto infuriare molti, sia nella maggioranza che nell’opposizione; secondo Stefano Cavalli della Lega Nord, che non si è ricandidato, “i cittadini devono scegliere in modo tranquillo, perché qui non c’è nessuno che si è messo in tasca i soldi per fare viaggi alle Maldive o comprarsi la macchina. Abbiamo sempre speso in modo corretto, seguendo le regole e le leggi regional”. Non sembra invece preoccupato Virginio Merola, sindaco Pd di Bologna: “Bisogna aspettare che la magistratura faccia il suo corso, occorre attendere come finiscono le indagini e avere fiducia nella magistratura, senza fare polemiche. Siamo di fronte solo a avvisi di fine indagine, vediamo chi sono i candidati coinvolti in questo provvedimento. Quello che il Pd doveva fare per reagire è stato fatto, le candidature sono state rinnovate”.

Sempre nel Pd, però, Franco Grillini, consigliere uscente, rileva: “L’avevo detto, avevo proposto di andare a votare a marzo per evitare questo tritacarne in piena campagna elettorale ma nessuno mi ha ascoltato”. La sensazione, anche in virtù del flop alle primarie del centrosinistra, è che questa inchiesta, più che determinare scossoni da un punto di vista dei rapporti di forza all’interno del Palazzo della Regione, rischia di pesare in maniera eccessiva sull’affluenza alle urne.

 

GM