Presidente del consiglio Matteo Renzi (AFP PHOTO / THIERRY CHARLIER -Getty images)

Presidente del consiglio Matteo Renzi (AFP PHOTO / THIERRY CHARLIER -Getty images)

Il presidente del Consiglio Matteo Renzi in questi ultimi mesi ha ricevuto molte critiche riguardo al tema della riforma del mercato del lavoro per cui avrebbe premiato il confronto con gli industriali, scartando a priori il dialogo con i sindacati.
Mentre alla Camera è iniziata oggi la discussione del Jobs Act con al vaglio le pregiudiziali di costituzionalità presentati dall’opposizione e bocciate con 271 voti contrari e 121 favorevoli e i sindacati sono al massimo dello scontro con il governo, in ultimo la manifestazione a Napoli con lo sciopero Nazionale della Fiom, il premier non demorde e partecipa al Consiglio dei presidenti (Copres) di BusinessEurope, presso la sede di Confindustria a Roma.
Lo stesso leader della Fiom Maurizio Landini ai microfoni di Rainews , in merito alla polemica emersa ieri dopo le dichiarazioni di Renzi sugli scioperi, ha voluto pertanto ricordare al premier che “chi sciopera perde un giorno di retribuzione e considerando che la retribuzione è molto bassa in Italia, è importante che Renzi inizi ad ascoltare i lavoratori e a rispettarli”.
Ma Landini si spinge oltre e sostiene che Renzi non “ha il consenso della maggioranza di chi lavora e che se continua ad andare con Confindustria e i poteri forti non avrà futuro nel nostro paese”.

Un Renzi che premia la linea degli industriali, certo del fatto che il rilancio dell’occupazione passa per la riforma del mercato del lavoro, linea sostenuta anche dalla stessa ex presidente di Confindustria Emma Marcegaglia che però parla anche di un contesto più amplio che limita gli investimenti come la tassazione, il costo dell’energia, la burocrazia e la necessità che i governi investano nel paese a partire dal trasporto pubblico.
Nel suo intervento Renzi ha però vantato i progressi fatti con il Jobs Act, facendo presente che “abbiamo tolto articolo 18 che è un simbolo di tradizione del nostro paese ed è un messaggio importante per gli investimenti nel nostro futuro e possiamo ridurre le imposte”.

Un merito che per il premier s’inserisce in un programma di riforme mirato a sbloccare il sistema Italia: “Il cambiamento radicale deve avvenire attraverso 7 riforme”, ha spiegato Rezni, elencando le sette priorità del governo.
In primis, riforma della scuola, a cui segue la fiscalità che per il premier “va semplificata anche perché in Italia è impossibile renderla più difficile”, poi la riforma della P.A, della giustizia civile, la riforma del lavoro, quella della legge elettorale e del Senato.
Oltre ai riferimenti alle riforma varate dal suo governo il premier ha anche parlato dell’Europa ribadendo la necessità che non sia solo un’Europa di vincoli.
“Noi rispettiamo il 3%, è un messaggio di credibilità verso i miei colleghi europei. Io rispetto i vincoli di Maastricht, ma il mondo è cambiato, dobbiamo pensare ad un nuovo paradigma. Questa è la discussione per il 2015”, ha sottolineato il presidente del Consiglio.

“Noi sosteniamo Juncker solo dopo la sua decisione di fornire un messaggio di cambiamento con piano di investimenti. Lo vedremo, la priorità è di scorporare nei 300 miliardi gli investimenti da deficit”, ha sostenuto Renzi che ha indugiato sulla necessità della crescita e di un “nuovo paradigma” per l’Europa.

C.D.