Crolla il prezzo del petrolio

Pompe per l'estrazione del petrolio negli Usa (David McNew/Getty Images)
Pompe per l’estrazione del petrolio negli Usa (David McNew/Getty Images)

Continua a scendere il prezzo del petrolio, dopo la decisione del vertice dei Paesi Opec di non tagliare la produzione mondiale di 30 milioni di barili al giorno. Ieri sera, l’oro nero ha chiuso le quotazioni a Wall Street a 66,15 dollari al barile (greggio Wti), perdendo il 10% in un giorno e toccando il livello più basso da maggio 2010. Il Brent si attesta invece intorno ai 70 dollari al barile, circa il 40% in meno dallo scorso giugno. Le compagnie petrolifere hanno perso 100 miliardi di dollari di capitalizzazione.

L’Opec, l’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio, di cui fanno parte Algeria, Angola, Libia, Nigeria, Iran, Iraq, Kuwait, Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Ecuador e Venezuela, al vertice di giovedì scorso a Vienna ha deciso di non ridurre la produzione mondiale. La scelta è stata imposta per lo più dall’Arabia Saudita, niente affatto intenzionata a perdere quote di mercato di fronte all’avanzata dello shale oil statunitense. Con il calo del prezzo del greggio, infatti, lo shale oil, estratto trivellando la roccia, diventerebbe troppo costoso da produrre e le compagnie americane si troverebbero fuori mercato. La stessa cosa vale anche per il greggio estratto in Canada, dalle sabbie bituminose. Anche in questo caso si tratta di una produzione costosa, sostenibile solo se le quotazioni di petrolio rimangono intorno agli 80 dollari al barile, mentre lo shale oil, a seconda degli impianti, è redditizio solo con quotazioni che oscillano dai 40 ai 115 dollari al barile. La decisione dell’Opec di non ridurre la produzione mondiale di petrolio potrebbe quindi essere stata determinata proprio dalla volontà di fermare l’avanzata delle compagnie occidentali e dello sviluppo di nove tecnologie nella produzione di greggio, che potrebbero compromettere il ruolo decisivo dell’Organizzazione nel mercato mondiale del petrolio.

Il prezzo del petrolio troppo basso danneggia però anche la Russia e la sua stabilità economico-finanziaria. Le aziende petrolifere del Paese, in testa il colosso statale Rosneft, sono fortemente indebitate, per queste ragioni il crollo del prezzo del greggio rappresenta un grosso rischio.  Ammontano a 600 miliardi di dollari i debiti verso l’estero delle grandi aziende russe, di cui 60 miliardi sono quelli di Rosneft. Con il crollo del rublo e le sanzioni economiche per la guerra in Ucraina la situazione si è aggravata, per questo la Russia aveva inviato a Vienna il proprio ministro dell’Energia, Alexander Novak, insieme al presidente di Rosneft, Igor Sechin, per trattare con i Paesi Opec una riduzione della produzione mondiale di petrolio. La missione però è andata a vuoto.

Per i Paesi Opec la cui economia dipende fortemente dalle esportazioni del petrolio e che con il forte calo dei prezzi hanno subito consistenti perdite di profitti, la decisione del vertice di Vienna rappresenta un duro colpo. Tra questi c’è soprattutto il Venezuela, che detiene le più grandi riserve di petrolio al mondo e le cui entrate in valuta estera sono costituite al 96% da quelle petrolifere. Il Paese sta inoltre attraversando una grave crisi economica, si capisce pertanto come la riduzione dei profitti dalle esportazioni di greggio sia una grave perdita per il bilancio dello Stato. All’interno dell’Opec il Venezuela è stato tra i Paesi che più hanno premuto per un taglio alla produzione di greggio, ma senza risultato. Pertanto, a causa della forte perdita di entrate per le casse dello Stato e con i conti già in bilico, il presidente Nicolas Maduro ha disposto subito dei tagli al bilancio statale del Venezuela.

V.B.