Comune di Roma, la carta di Silvio “Nuove elezioni”

Silvio Berlusconi Campidoglio Roma elezioni
Silvio Berlusconi (Christophe Simon/Getty Images)

In tempi di vacche magre può andar bene anche un’inchiesta come quella del Comune di Roma, a Silvio Berlusconi. Per scompaginare le carte, per tentare ancora di azionare le vecchie leve, quelle che da tempo non rispondono più ai comandi. Un partito, il suo, imploso via via che la trama tessuta al Nazareno è diventata un nodo scorsoio, un ancora di salvezza lentamente sostituita con una macina da mulino. E così sono finiti tutti legati insieme, lui e gli altri azzurri, gettati nel mare dell’inerzia per mesi, che in politica significa un secolo, o meglio un abisso. C’è stato Brunetta, il più vivo e lucido, capace di menar le mani anche nella più scabroso cul de sac. C’è stato qualcun altro che, forse tardivamente, ha tentato di divincolarsi quando ormai aveva già bevuto, come gli altri, alla coppa avvelenata del patto di non belligeranza con Renzi. Per il resto nulla. Declino e noia. Credeva di essere un Harry Houdini, il buon Silvio, capace di sciogliere ogni nodo con qualche vecchio trucco dei suoi a garantirgli il risultato – o almeno il pari e patta. Credeva di lavorare ai fianchi il giovane fiorentino, mentre l’altro toscano, il Verdini, tra un colpo di gong e l’altro, gli diceva che sì, ce l’aveva in pugno. Alla fine  Silvio si è ritrovato con un pugno di mosche in mano, un insopportabile odore di morte intorno a sé, qualche iena che lo osserva ancora da lontano mentre lui se ne sta ferito, immobile o quasi. Ma ecco che una Procura, uno degli oscuri uffici additati da Silvio come luoghi di smarrimento, di oscurità dantesche,  culla e pasce una nidiata di fascicoli, con nomi, cifre, tesi istruttorie capaci di offrire al leader che fu la revenge attesa.

Il Pd a Roma

Perché per come sta uscendo dall’inchiesta di Roma il PD rischia di essere così tramortito che un calcio negli stinchi potrebbe prenderlo anche da Silvio, qualora la parola venisse ridata agli elettori: “Ritengo che di fronte alla situazione che sta emergendo nell’inchiesta sulla gestione del Comune di Roma le forze politiche debbano reagire con determinazione e urgenza. Sono convinto che l’unica soluzione accettabile sia quella di uno scioglimento immediato del Consiglio comunale procedendo alla convocazione di nuove elezioni. Tutte le altre soluzioni compresa quella della nomina di un commissario, non mi sembrano né adeguate né percorribili» ha dichiarato Silvio sperando di parlare ancora dall’Elba e non da Sant’Elena. Sembra essere lui ora ad aver annusato l’odore del sangue. Perché una ferita, sebbene di striscio, a Matteo questa storia l’ha procurata. Una ferita non tanto a lui, ma a quella sua aura di immacolata intangibilità per la quale era sufficiente vestire una camicia bianca e ogni incidente del suo PD sembrava scivolargli addosso, lasciandolo candido, intoccato. Ora qualcosa non torna: per mesi il il buon Matteo ha dimostrato di tenere in un pugno di ferro il suo partito, servendosi dei dem per portare un’Italia  ferita e recalcitante dentro uno strano laboratorio chiamato “futuro” dove la rinuncia ai diritti è il prezzo da pagare per il rilancio dell’economia. Eppure tutto è sembrato ancora tenersi insieme, per scommessa e non per logica, con il PD che si rassegnava a fare da sponda all’inquilino di Palazzo Chigi. Ma nel disegnare l’Italia che verrà la rigida disciplina del partito imposta da Renzi non è riuscita a d’imporre alcuna regola al vecchio porto franco degli affari di piccolo cabotaggio. Un contrabbando che ha continuato a prosperare mente il Capo gonfiava il petto e guardava altrove, al Senato, al Jobs Act, alla ministre, al Semestre europeo. Roma riporta ora tutti alla realtà, più dell’Expò e delle spese nella Regione Emilia Romagna.

Forza Italia

Il premier si dice “schifato” neanche fosse un Padre Costituente dinanzi alla Riforma del Senato di Elena Boschi e Denis Verdini. Schifato lui, Matteo, che ha dimostrato, ancora prima del Nazareno, di non schifarsi facilmente – ed in politica è un pregio, pare. Le elezioni a Roma mostrerebbero per la prima volta un Renzi incapace di ammansire l’elettorato e di imbrigliare la realtà con il frasario da libro Cuore dei suoi momenti migliori. Roma ha un cuore nero, ora, è una città così disillusa che tutti uscirebbero sconfitti dalle urne, con eccezione forse per i Cinque Stelle. Ma per l’ex Cavaliere una sconfitta condivisa, un mezzo gaudio listato a lutto, varrebbe quasi come una vittoria. Un’ipotesi ancora maledettamente lontana, quella delle urne, su cui Forza Italia tenta comunque di giocare una carta, muovendosi all’unisono con il leader. Il gruppo di Forza Italia in Campidoglio ha annunciato che non parteciperà all’elezione per la presidenza del Consiglio comunale, poltrona rimasta vuota dopo le dimissioni di Mirko Coratti del Partito del Premier – altrimenti detto PD – uno degli indagati dell’inchiesta. E’ inutile votare per una carica istituzionale di una “consiliatura morente” ha dichiarato il vice coordinatore regionale di Forza Italia, Giordano Tredicine :«L’ipotesi migliore per la città di Roma e per i romani è ridare la parola agli elettori». Renato Brunetta come sempre corre a dare l’affondo e chiede, anche lui, che a pronunciarsi siano i romani. Così Alfio Marchini, uno dei candidati delle scorse elezioni.

Il “no” di Matteo Orfini

Il nuovo commissario della Federazione romana del PD, Matteo Orfini, schiva la parola “urne” come fosse un proiettile. E’ lo è, in realtà. Un proiettile sparato nel mucchio che potrebbe anche rappresentare il colpo di grazia per Silvio, che a Roma appoggiò quel Gianni Alemanno travolto come il PD, più del PD, nello scandalo. Ma è meglio morire così, avrà pensato, nello Sturm und Drang di una contesa romana piccola e illividita, meglio finirla qui. Perché lo scacchiere delle politica nazionale solo a guardarlo sembra ormai un oceano, senza l’ombra di una nave, senza un delfino che giunga a soccorrerlo.

ADB