Partito Democratico, se Renzi accantona l’Ulivo

Matteo Renzi (foto Origlia/Getty Images)
Matteo Renzi (foto Origlia/Getty Images)

C’è un passaggio nell’intervento di Matteo Renzi ieri in Assemblea nazionale del Partito democratico che non è andato giù a molti dei fondatori dello stesso partito, a quegli stessi uomini e a quelle stesse donne che hanno traghettato l’esperienza del centrosinistra dall’Ulivo inteso come coalizione di partiti a quella che è considerata oggi la principale forza riformista d’Europa, l’unica che nel contesto del Mediterraneo ha tenuto fronte all’avanzata delle forze della sinistra radicale e a quella delle forza populiste e di estrema destra.

Renzi, nel corso della sua riflessione, ha sostenuto: “Noto un certo richiamo all’Ulivo molto suggestivo e nostalgico, ricordo cosa diceva l’Ulivo sul bicameralismo, quello che non ricordo è come si possa aver perso vent’anni di tempo senza aver realizzato le promesse delle campagne elettorali. Abbiamo perso vent’anni di tempo. Noi dobbiamo recuperare il tempo perduto da altri e lo faremo a viso aperto e con la schiena dritta”.

Frasi che hanno scatenato molte reazioni nel partito, con Sandra Zampa, deputata ed ex portavoce di Romano Prodi, che intervistata da ‘Repubblica’ chiama  il premier a una presa di posizione decisa: “Un punto che mi farebbe piacere fosse pronunciato da Renzi una volta per tutte è che il Pd esiste perché è esistito l’Ulivo. Fosse anche solo per questo, dovremmo dire che è stato un successo“. Ragiona la Zampa: “Il disegno ulivista ha trasformato la cultura politica di questo Paese, ha portato bipolarismo, contendibilità e competizione. Se Matteo Renzi è dove è lo deve a questo. Quando però dice che a uccidere quel progetto sono state le nostre divisioni, ha ragione. Me li ricordo, quelli che sghignazzavano in faccia ad Arturo Parisi perché credevano che il Pd non sarebbe mai nato“.

Sul quotidiano ‘La Stampa’ arriva la reazione del “padre” dell’Ulivo, Arturo Parisi: “Ho sentito che Renzi ‘ricorda bene le tesi dell’Ulivo, le ha lette e le conosce bene’. Non è per me una sorpresa, ma una conferma che mi fa sentire mia la sua battaglia. Purtroppo ha aggiunto ‘quel che non ricordo, è come sia stato possibile perdere venti anni per realizzarle’. È tuttavia comprensibile. Per quanto precoce e veloce, quando tutto iniziò, Renzi aveva più o meno quindici anni. Io invece questi anni li ricordo tutti“.

Tregua armata nel partito?

Ma il giorno dopo l’assemblea del Pd, Debora Serracchiani, vicesegretario del partito, fa di tutto per chiarire che la frattura con la minoranza è ricomposta, sostenendo a ‘Repubblica’: “Il vero ordine del giorno dell’Assemblea è stato la richiesta di lealtà. Un partito non deve trovarsi in una situazione in cui una parte pensa di inviare segnali alla maggioranza. Ci sono impegni troppi alti nel paese e in Europa per guardare al nostro ombelico. Mai più 101 franchi tiratori“.

Per la Serracchiani, comunque, Renzi “farà il segretario del Pd fino al 2017 e il premier fino al 2018 perché non si sente la necessità né di nuove elezioni né, come qualcuno vorrebbe, di un altro presidente del Consiglio”. La vicesegretaria ribadisce comunque che “non è mai stata sul tavolo” l’ipotesi scissione: “Non ci sono le condizioni perché in questo anno da segretario – domenica è stato proprio il compleanno di Matteo alla guida del Pd – e a febbraio saranno 12 mesi che è a Palazzo Chigi, abbiamo lavorato per includere”.

Se ciò non fosse chiaro, secondo la Serracchiani “basta vedere la composizione della segreteria o anche le candidature sul territorio. Non abbiamo escluso nessuno e i contributi sono stati ascoltati. Il Jobs Act è stato il frutto di un lavoro in commissione e in aula in cui sono state raccolte alcune richieste dei dissidenti”. E poi le posizioni di esponenti della minoranza come Cuperlo e Speranza “sono state più ín linea con la richiesta di Renzi di creare le condizioni perché tutto il Pd si impegni in un piano di riforme così importante come quello che abbiamo impostato”.

Messi da parte, sostanzialmente, i malumori legati al voto in Commissione affari costituzionali alla Camera, sorge però il dubbio di quanto questa “tregua”, che anche guardando alla stragrande maggioranza degli interventi di ieri in Assemblea, sembra essere stata siglata, potrà effettivamente durare.

 

GM