Marco Pantani (Getty Images)

Marco Pantani (Getty Images)

A uccidere il campionissimo del ciclismo italiano, Marco Pantani, la sera di San Valentino di undici anni fa, in una stanza di un albergo di Rimini, fu un eccesso nel consumo di farmaci antidepressivi come Venlafaxina e Trimipramina, mentre “viene ridimensionata la questione cocaina anche se rimane come concausa”. Lo scrive l’Istituto di Medicina legale di Verona che nei giorni scorsi ha consegnato l’atto conclusivo delle analisi tossicologiche al procuratore del capoluogo romagnolo Paolo Giovagnoli.

Il ridimensionamento della cocaina come causa di morte potrebbe chiudere la nuova indagine aperta in estate. Spiegò Giovagnoli all’Ansa: “Abbiamo appena ricevuto le carte presentate dai familiari e aperto un’indagine. È un atto dovuto quando arriva un esposto-denuncia per omicidio volontario. Leggeremo le carte, se ci sarà l’esigenza di indagini chiederemo al Gip. Nessun commento sui possibili sviluppi. I familiari di Pantani e i loro legali hanno fatto indagini e depositato memorie. Ad ogni modo bisogna vedere anche alla luce del risultato del processo che ci fu a suo tempo, bisogna vedere il risultato delle loro indagini in confronto all’esito del processo”.

Secondo l’esposto, non si sarebbe trattato di suicidio, ma l’ex campione sarebbe stato ucciso: “omicidio con alterazione del cadavere e dei luoghi”. Pantani – spiegano i legali della famiglia – sarebbe stato picchiato e costretto a bere la cocaina mentre era nella propria stanza d’albergo. A suffragare questa tesi, la nuova perizia realizzata dal professore Avato, secondo la quale le grandi quantità di stupefacente trovate nel corpo di Pantani si possono assumere solo se diluite in acqua.

A ottobre, Sport Mediaset nell’edizione delle 13.00 trasmise le immagini della stanza di albergo di Rimini, dove Pantani venne ritrovato morto, con il generale in congedo dell’Arma dei Carabinieri, ex comandante dei R.I.S. di Parma, Luciano Garofano, che affermava: “Negli ultimi anni ci sono stati tanti progressi, ma queste immagini dimostrano che ci sia stata poca attenzione da parte degli operatori. Probabile la contaminazione. Bisogna essere protetti per proteggere le tracce visibili e invisibili, soprattutto quest’ultime, quelle che spesso permettono una ricostruzione più precisa della dinamica”.

“In una scena del crimine intervengono sia i tecnici sia gli investigatori tradizionali: le immagini dimostrano che gli investigatori non hanno preso le giuste precauzioni, compromettendo la scena del crimine”, aggiungeva Garofano, che poi sul mistero della bottiglia mai analizzata sosteneva: “Giusto che il medico non l’abbia toccata nella stanza, ma è sconvolgente che poi quella bottiglia non sia stata sottoposta a indagine sulle impronte digitali e soprattutto su eventuale presenza di DNA”.

GM