A chi ha giovato veramente l’euro?

European Central Bank To Hold Meeting Thursday
(Hannelore Foerster/Getty Images)

La discussione sull’euro rimane aperta. Agli italiani non piace, anzi la maggior parte dei nostri concittadini è a favore del ritorno alla lira. Anche Stefano Fassina, economista e deputato Pd, si è espresso in proposito sostenendo la necessità di abbandonare l’euro per il bene dell’Europa. Eppure nei nostri portafogli resta la moneta unica, a cui l’Unione europea proprio non vuole rinunciare.

La classe dirigente italiana continua a sostenere che l’adozione dell’euro sia stata vantaggiosa perché ha aperto le porte del mercato dei capitali a tassi molto più bassi alle periferie. Ed effettivamente le banche dei Paesi del Nord hanno offerto loro ingenti crediti a tassi molto convenienti. Ad esempio tra il 1997 e il 2000, gli investimenti in Irlanda sono saliti da 2 a 24 miliardi di dollari. Stesso discorso per il debito pubblico. La percentuale in mano alle banche straniere del debito sia spagnolo che italiano è passata da 25 al 52 per cento.

Dunque possiamo dire che l’euro sia stato un grande affare principalmente per le banche straniere. L’avvento della moneta unica ha infatti azzerato il rischio dei cambi e ha aperto nuovi mercati di sbocco vergini, quelli periferici. Perciò le banche straniere hanno iniziato a fare concorrenza a quelle nazionali.

Possiamo perciò affermare che nel giro di poco tempo il credito è diventato un vero e proprio business. Le banche stipulavano mutui al 5 o 6 per cento, che più o meno gli poteva costare circa il 2 per cento, e dopo poco lo rifinanziavano a un tasso dell’1,5 per cento e intascava la differenza. Considerato che ciò è avvenuto per tutti gli strumenti di credito, le cifre che escono fuori sono esorbitanti.

Il fatto che i mutui fossero facili e i tassi di interesse molto vantaggiosi ha fatto sì che la gente fosse più incentivata a indebitarsi, per lo più per acquistare immobili che in realtà non poteva permettersi. Da ciò ne è scaturita la bolla che ha fatto gonfiare i prezzi delle case a causa dell’enorme domanda che si era creata. Così è successo anche per tutti gli altri prodotti, incluso il debito pubblico italiano, che dal 2003 ha iniziato a salire in modo impressionante. La causa principale sarebbe la cattiva gestione e i derivati. Precisiamo che con derivato si indicano gli strumenti derivati, ovvero ogni contratto il cui prezzo sia basato sul valore di mercato di un altro strumento finanziario.

La flessibilità del debito, che si è registrata nella seconda metà degli anni Novanta, è dovuta all’azione delle grandi banche d’affari. Il meccanismo che si è innescato è stato il seguente: lo Stato, per avere moneta in cambio, scambia con le banche una parte del debito per un certo periodo di tempo, alla fine del quale entrambi devono restituirsi quanto dovuto. Ma quasi sempre alla scadenza il contratto si rinnova. Così facendo, parte del debito scompare dai bilanci ma continua ad esistere. Il costo del rifinanziamento è però andato a pesare comunque sul totale del debito pubblico.

Possiamo definirla una sorta di cambiale pubblica sottoscritta a nome dei cittadini che si rinnova a costi crescenti. Ovviamente i contratti hanno delle clausole per le quali il creditore non perderà mai dei soldi. Come ad esempio quella imposta da J.P. Morgan all’Italia per non perdere 2,5 miliardi di euro. Il fatto è che in quel caso lo Stato sovrano avrebbe dovuto evitare di impegnarsi con clausole di quel tipo, che dipendono oltretutto da giurisdizioni straniere (probabilmente Regno Unito). Ma Monti non se ne preoccupò e noi pagammo la penale.

BT