“Everyday Heroes”: intervista a Costantino Bertucelli

C.-BertucelliCostantino Bertucelli è esperto in metodologia dell’allenamento degli sport di resistenza, e come Performance Coach svolge attività di formazione, direzione e organizzazione di progetti rivolti al trasferimento delle strategie vincenti dello sport al mondo aziendale e alla crescita personale. Ha scritto e pubblicato articoli in ambito tecnico-scientifico. Everyday Heroes è il suo primo libro.

Come è nata l’idea di questo libro?

Questo libro nasce dal desiderio di raccogliere e trasmettere le esperienze di preparazione di progetti sportivi condivise con alcuni degli atleti che ho allenato al superamento di grandi imprese. La motivazione iniziale, di natura prevalentemente narrativa, si è progressivamente sviluppata e amplificata fino a divenire una raccolta esperienziale delle modalità e delle strategie che ciascuno di loro ha utilizzato nella vita e nello sport per raggiungere gli obiettivi identificati. Ho narrato le storie che, a mio parere, risultavano più originali e distintive, sia per l’impresa sportiva programmata, che per le peculiarità personali dei protagonisti. Cinque racconti di persone normali che affrontano imprese straordinarie e raggiungono i loro obiettivi grazie all’utilizzo, nel loro percorso, di tecniche e strumenti tipici del coaching. Nei singoli racconti le apparenti normalità dei protagonisti evolvono in qualità emozionali e motivazionali che permettono loro di affrontare grandi imprese. Il libro non ha scopo celebrativo: tra le cinque storie scelte ci sono anche due racconti di imprese non portate a termine. I protagonisti di questi fallimenti proprio nel momento più difficile dimostrano la solidità della loro personalità e ci insegnano come trarre vantaggi e insegnamenti da una sconfitta.

Nel tuo libro c’è scritto che “Il verbo persistere indica l’idea di una motivazione che rimane salda. Ciò si esprime attraverso il saper affrontare avversità e frustrazioni e il saper recuperare dalle criticità e dalle sofferenze emotive”. Come si fa a diventare resilienti nello sport e nella vita?

In psicologia il termine resilienza connota la capacità delle persone di far fronte, grazie a un equilibrio emotivo stabile, a eventi stressanti o traumatici e di riorganizzare in maniera positiva il proprio percorso dinanzi alle difficoltà e agli ostacoli. Il termine è derivato dalla scienza dei materiali, dove indica la proprietà che alcuni materiali hanno di conservare la propria struttura o di riacquistare la forma originaria dopo essere stati sottoposti a schiacciamento o deformazione. La resilienza non è una caratteristica che è presente o assente in un individuo; essa presuppone comportamenti, pensieri e azioni che possono essere appresi, quindi allenabili. Le persone che hanno allenato la resilienza hanno salde motivazioni, sono flessibili e creative; tendono a interpretare gli eventi negativi come momentanei e circoscritti. Sono consapevoli che l’indirizzo dei loro comportamenti è in gran parte nelle loro mani. Posseggono un ampio margine di controllo sulla propria vita e sull’ambiente che li circonda; interpretano i cambiamenti come un’opportunità, piuttosto che come una minaccia. Di fronte alle sconfitte non si abbattono, considerandole momenti parziali di un percorso. Le persone resilienti mostrano contemporaneamente tre tratti di personalità: l’impegno, il controllo e il gusto per le sfide.

Impegno, controllo e gusto per la sfida possono essere coltivati e incoraggiati. In che modo?

Alla base dell’impegno c’è la motivazione. Quante volte nello sport capita di affrontare un avversario meno preparato di noi, ma perdere la competizione proprio per un insufficiente impegno causato da scarsa motivazione. In particolare negli sport di squadra spesso diventano paradossalmente più facili incontri con team più forti del nostro, proprio perché questa consapevolezza fa scattare la molla di un’elevata motivazione. È molto difficile che una persona si impegni in un compito di qualsiasi genere se alla base non c’è la necessaria motivazione. E per essere motivati bisogna essere in grado di “vedere” l’obiettivo finale. L’individuazione di obiettivi ben formati è un ottimo modo per incoraggiare motivazione e impegno. Il controllo fa riferimento al fatto che quanto più nelle mie modalità di pensiero e azione riesco a sviluppare strategie e comportamenti che dipendono in larga parte da me e non da fattori esterni, tanto più possiedo il controllo della situazione. Per questo, ad esempio, è inutile dedicare tempo e energie al potenziale sviluppo di progetti o obiettivi il cui successo non dipende se non in scarsa misura dal nostro impegno, capacità e competenze. Il gusto per la sfida è il sapersi porre nuovi obiettivi, fa riferimento alla disposizione ad accettare i cambiamenti. Ciò su cui spesso ci si confonde è che gli obiettivi non devono necessariamente essere sfide al limite dell’impossibile. Si tratta semplicemente di avere un atteggiamento di curiosità e di apprendimento verso la vita. Significa nutrire quella fantastica macchina che è il nostro cervello, significa amplificare lo spettro delle emozioni che possiamo provare.

Non c’è coraggio se non c’è paura. Come affrontare al meglio i propri timori?

Non esiste uno stato emozionale vincente, esiste lo stato emozionale utile per quel determinato momento e per quell’atleta. Non in senso positivo o negativo, ma in funzione dell’utilità. Ad esempio lo stato emozionale di paura è funzionalmente efficace se devo fuggire di fronte a un serio pericolo. Fornirà benzina supplementare alla mia velocità di corsa. Viceversa, la tranquillità, che in altri contesti potrebbe essere lo stato d’animo più utile, in questo caso sarebbe deleteria rendendoci poco reattivi di fonte al pericolo. In generale si può dire che gli estremi emotivi nello sport raramente supportano prestazioni positive. La troppa eccitazione o la troppa tranquillità poco prima della partenza di una gara non aiutano. Lo stato d’animo con cui un atleta si avvicina alla gara, influenzerà il comportamento che avrà durante la gara stessa e le decisioni tattiche e strategiche che prenderà. Parte decisamente avvantaggiato l’atleta che è in grado, grazie a specifiche tecniche di coaching, di gestire il proprio stato emozionale. Dal giusto grado di paura o di severa attenzione scaturisce il funzionale bilanciamento tra sfida e capacità.

Che consigli puoi dare ad atleti professionisti e non, per rendere ancora più efficace l’allenamento?

Una volta l’allenamento sportivo si interessava solo a muscoli e cuore dell’atleta. Oggi si è consapevoli che indipendentemente dal livello di prestazione, per performare o semplicemente divertirsi di più, l’atleta deve allenare anche la mente. È comunque lei che guida e governa il sistema e il potenziale prestativo garantito dalla componente fisica non può estrinsecarsi al meglio se non supportato da un efficace allenamento mentale.

Essere consci del proprio valore, dei propri limiti, dei propri obiettivi è un motivo per non arrendersi, ma a volte, come hai sperimentato tu stesso, per assaporare la bellezza bisogna fermarsi un po’ a respirare. Cosa ti anima e fa correre? E cosa ti rapisce a tal punto da bloccarti e emozionarti?

Tempo fa in occasione di un seminario, un partecipante mi fece questa domanda “Nello sport, nell’imprenditoria si è sempre attenti a fissare obiettivi, molto meno a festeggiarli una volta raggiunti”. Credo che tutto ciò che, a livello emozionale e mentale, ci aiuta a raggiungere l’obiettivo, vada ogni tanto nutrito con momenti di riflessione, di respiro profondo, sentendo più che pensando. Fermarsi intensamente, per ripartire con rinnovato slancio.

Silvia Casini