Foto di Emanuela Orlandi (FILIPPO MONTEFORTE/AFP/GettyImages)

Foto di Emanuela Orlandi (FILIPPO MONTEFORTE/AFP/GettyImages)

Nei giorni scorsi, la Procura di Roma ha chiesto l’archiviazione dell’inchiesta sulle sparizioni di Emanuela Orlandi e di Mirella Gregori, scomparse rispettivamente il 22 giugno e il 7 maggio 1983. Lo ha reso noto il procuratore della Repubblica Giuseppe Pignatone. La Procura spiegava che “all’esito delle indagini che hanno approfondito tutte le ipotesi investigative man mano prospettatesi non sono emersi elementi idonei a richiedere il rinvio a giudizio di alcuno degli indagati”.

In dissenso con alcuni aspetti della richiesta fatta dalla Procura, ha scelto di non firmare l’archiviazione il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo, ovvero il magistrato che negli ultimi anni ha coordinato l’inchiesta, il quale ha anche “richiesto la revoca dell’assegnazione del procedimento”. Da quella richiesta oggi emergono particolari caduti nell’oblio, riguardanti uno dei protagonisti del caso Orlandi, un amico della ragazza scomparsa.

Si legge nella richiesta: “Il 27 ottobre 1987 nella prima telefonata pervenuta alla redazione della trasmissione Telefono Giallo un uomo disse: ‘Sono Pierluigi, se parlo mi ammazzano’. Il fatto appariva al giudice istruttore meritevole di approfondimento… La persona fu identificata in Pierluigi Magnesio, probabilmente da identificarsi con il cittadino vaticano e amico di Emanuela Orlandi, nato il 18 gennaio 1968”.

Il paradosso sta nel fatto che proprio nell’ordinanza di archiviazione che Capaldo si è rifiutato di firmare vi è un elemento riguardante il caso della scomparsa di Emanuela Orlandi rimasto spesso inesplorato. La domanda d’obbligo è perché Magnesio, che oggi ha 47 anni, quasi trent’anni fa si espresse così al telefono? Cosa spaventava quel giovane, tanto da essere sicuro che se avesse parlato sarebbe stato ammazzato? Domande senza risposta che potrebbero però riaprire davvero il caso della scomparsa della giovane.

GM