“Non fu stupro, ma momento di debolezza della ragazza”

Il pianto di una donna (FRED DUFOUR/AFP/Getty Images)
Il pianto di una donna (FRED DUFOUR/AFP/Getty Images)

Una ragazza ha rapporti sessuali con alcuni coetanei nelle vicinanze della Fortezza da Basso, a Firenze, dopo una serata passata a una festa. Poi li accusa di averla violentata. I sei componenti del “branco”, in primo grado, erano stati condannati a quattro anni e mezzo di reclusione con l’accusa di aver violentato in gruppo la ragazza, che era in condizioni di inferiorità psichica e fisica, in quanto ubriaca. Nelle scorse ore, invece, la Corte d’Appello ha ribaltato la sentenza, assolvendo tutti.

La decisione è spiegata nelle quattro pagine di motivazioni, che descrivono la vicenda come “incresciosa”, “non encomiabile per nessuno”, ma “penalmente non censurabile“. In sostanza, denunciando il “branco”, la ragazza voleva “rimuovere” quello che considerava un suo “discutibile momento di debolezza e fragilità”. Inoltre, il suo comportamento fa “supporre che, se anche non sobria” fosse comunque “presente a se stessa“. Infine “molte sono le contraddizioni” nel suo racconto. Secondo i giudici, insomma, non vi sia stata “alcuna cesura apprezzabile tra il precedente consenso e il presunto dissenso della ragazza, che era poi rimasta ‘in balia’ del gruppo”.

Una sentenza che scontenta il legale della ragazza, Lisa Parrini, che parla di “una motivazione densa di giudizi morali”. L’avvocato contesta la definizione di “vita non lineare” data ai trascorsi della ragazza dai giudici d’Appello, solo perché “ha avuto due rapporti occasionali, un rapporto di convivenza e uno omosessuale”. “In una motivazione di sole quattro pagine si sostiene che con il suo comportamento ha dato modo ai ragazzi di pensare che fosse consenziente”, dice infine la Parrini, mentre le parlamentari toscane di Sinistra Ecologia e Libertà, l’onorevole Marisa Nicchi e la senatrice Alessia Petraglia, attaccano i giudici, che “devono aver confuso i fogli con quelli di una sentenza emessa nell’Ottocento, perché stentiamo a credere che nel 2015 sia anche solo pensabile che la responsabilità di uno stupro ricada su chi lo subisce”.

GM