“Fantasticherie di un passeggiatore solitario”: recensione

fantasticherie-posterPrendete un pizzico folle e incantato di Tim Burton, aggiungeteci la visione onirica di Terry Gilliam, le creature mostruose di Ray Harryhausen, un po’ di tecnica e stile alla Phil Tippett e una spolverata di  fantasy cinematografico alla Guillermo Del Toro. Cosa otterrete? Fantasticherie di un passeggiatore solitario, l’esordio alla regia di Paolo Gaudio, che dopo i numerosi festival e riconoscimenti internazionali, arriva nelle sale il  19 novembre, distribuito da Mediaplex.

Prodotto interamente in Italia e realizzato in tecnica mista (live action e animazione stop motion), il film è un’opera prima di genere fantastico carica di visioni surreali e fresca ironia, che ci trascina in tre epoche diverse alla scoperta di un capolavoro della letteratura inesistente.

Un caso più unico che raro nell’attuale panorama cinematografico italiano, reso ancor più prezioso da un gusto e un respiro internazionali, confermati da un percorso festivaliero lungo e produttivo, che ha visto il lungometraggio trionfare alla Sémain du cinema fantastique di Nizza (Grand Prix), al Boston Science Fiction Film Festival (Best World Film), al Fantastic Cinema di Little Rock (Audience Award) e al Fantafestival di Roma (Premio Mario Bava, Migliore Opera Prima). Tra settembre e novembre il film sarà ancora in concorso a New Orleans (Nola Horror Film Festival), a Fargo (Fargo Fantastic Film Festival), a Città del Messico (Morbido Crypt Festival) e a Grenoble (Les rencontres du Cinéma italien).

Nel cast: Luca Lionello, Lorenzo Monaco, Nicoletta Cefaly, Domiziano Cristopharo, Angelique Cavallari.

La pellicola regala agli spettatori una maga per gli occhi, trascinandoli in tre epoche diverse, dove altrettanti personaggi agiscono spinti da un sogno di libertà. Si tratta di un viaggio misterioso e senza tempo attraverso le aspirazioni, le sofferenze e le “fantasticherie” di un poeta, di un giovane studente e di un bambino sperduto nel bosco. Jean Jacques Renou (Luca Lionello) è uno scrittore che vive nel 1876, in un piccolo e squallido seminterrato. Povero e vecchio inizia a scrivere Fantasticherie di un passeggiatore solitario, un romanzo di formazione che è al contempo anche un ricettario fantastico. Theo (Lorenzo Monaco) è un giovane laureando in filosofia dei nostri tempi, da sempre intrappolato tra le vicende opprimenti della propria famiglia e la sua bizzarra passione per i libri incompiuti, non ultimo quello di un certo Renou. Totalmente rapito dal romanzo, Theo giunge all’inattesa conclusione di voler realizzare la “Fantasticheria n° 23”: l’ultima “ricetta” scritta dal poeta che conduce in un luogo straordinario noto come Vacuitas. Infine, la storia di un bambino smarrito in un bosco senza tempo: il protagonista di quel libro che Renou sta scrivendo e che Theo sta leggendo con tanto trasporto…

È con questa corposa trama che il regista mischia abilmente lo stile burtoniano legato alla stop-motion e il moderno live-action per offrire al pubblico una favola contemporanea, avvolta da un velo di malinconia e surrealismo. E nonostante la pecca di aver frullato tutto il repertorio fantasy in un’unica operazione cinematografica (boschi affascinanti e pericolosi, ricettari magici, botteghe delle meraviglie, nani, robot, mappe del tesoro e spettri), Fantasticherie di un passeggiatore solitario ha il pregio di essere un film davvero visionario e originale. È una commistione di claymotion alla Jan Svankamajer, citazioni e riferimenti letterari (Rousseau, Kafka, Nieztsche, Flaubert, Dostojevsky, Carroll, ecc.) riprese in stop motion, trovate registiche stranianti e pura avventura. È un’elegia dell’incompiuto. Una riflessione sul nostro mondo interiore e al contempo un viaggio continuo verso l’universo e il nostro “Io” più profondo, che non riesce mai a divenire approdo. È un debutto ardito, empio di una poetica stralunata alla Alice nel paese delle meraviglie, ma dal sapore più nostrano, più genuino. È un film sorprendentemente italiano, dai richiami filosofici-fantastici e dai contorni in perenne bilico tra fiaba e horror, capaci di evidenziare il potere immaginifico del cinema, perché ricchi di un innegabile e invidiabile incanto.

Silvia Casini

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