Marò

(VINCENZO PINTO/AFP/Getty Images)

Parlando dei due marò molti giornalisti e osservatori si sono concentrati sulle questioni procedurali insistendo sul fatto che l’India avesse gestito male le indagini e sui problemi di giurisdizione. Del resto anche presso il Tribunale del Mare di Amburgo si discute di questo, cioè del fatto che gli indiani non abbiano diritto di processare Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. Quello che molti non vedono è però un fatto ormai enorme, inconfutabile e surrogato da numerose prove: i marò non hanno commesso l’omicidio dei pescatori indiani. Sono innocenti. Certo, molti dicono: “Pur di riportarli a casa puntiamo sul fatto che l’India non debba processarli e sugli errori di procedura”. Ma in realtà quello che bisogna chiarire ed urlare a gran voce è l’innocenza dei nostri fucilieri.

Ne è convinto anche il giornalista del Tg5 Tony Capuozzo che ha recentemente pubblicato un libro sull’argomento intitolato “Il segreto dei marò”. La sua è un’inchiesta giornalistica che mette in fila tutte le prove che scagionano i marò, molte delle quali già presentate anche da noi in precedenti articoli. Proviamo a riassumerle includendo anche le nuove rivelazioni fatte da Capuozzo:

1.L’arma del delitto. I proiettili che hanno ucciso i due pescatori indiani non sono quelli in dotazione ai militari in servizio con la Nato, e quindi non possono essere stati sparati dai fucili di Latorre e Girone.

2.Orario e posizione delle due imbarcazioni. Ci sono molte incongruenze sull’orario dell’omicidio. Sarebbe avvenuto tra le 16 e le 16.30, ma questo orario contrasta con quanto affermato dal comandante del St. Antony Freddy Bosco il quale una volta arrivato a terra ha dichiarato di fronte a testimoni e telecamere che il fatto si è svolto alle 21.30, salvo poi ritrattare ben 8 giorni dopo la sua versione. Come se non bastasse gli indiani avrebbero modificato la scena del crimine cambiando i dati sulle distanze tra le due imbarcazioni. Infatti sulla base delle rotte reali della Lexie e del Saint Antony e delle velocità reali del cargo e del peschereccio i due natanti sarebbero passati a 920 metri di distanza l’uno dall’altra e non a circa 50 come hanno sempre sostenuto le autorità indiane.

3.Modalità e durata della sparatoria. Il comandante del St. Antony sostiene che il conflitto a fuoco sarebbe durato due minuti. Un tempo incompatibile con le tre raffiche raccontate dai marò e comprovate dalla conta delle munizioni mancanti tra quelle in dotazione al team.

4.La sparizione di una delle prove principali. Sembra incredibile, ma il St. Antony, la nave sulla quale viaggiavano i due pescatori uccisi, è stata dissequestrata pochi giorni dopo l’episodio. Il capitano Bosco la lascia affondare attraccata a un molo rendendola così inutilizzabile per ulteriori verifiche durante le indagini.

5.La nave fantasma. C’è un terzo attore in scena che non viene mai menzionato né cercato. Si tratta di una nave che transitava in quel momento nelle acque indiane e che, come la Lexie , ha subito un attacco pirata lo stesso giorno. La nave batte bandiera greca e nella sera del 15 febbraio ha riportato alle autorità indiane di aver subito un attacco pirata. Non viene neppure contattata anche se la nave assomiglia per sagoma e colorazione alla petroliera italiana. Senza contare che ulteriori indagini hanno confermato che anche sulla nave greca c’era personale armato che avrebbe potuto sparare se attaccato.

6.I proiettili. Oltre a non essere compatibili con le armi in dotazione ai marò, nessuno ha indagato sul fatto che i proiettili che hanno ucciso i due pescatori fossero invece uguali a quelli usati dalle truppe indiane e dalla Marina dello Sri Lanka. Il dettaglio potrebbe essere fondamentale se si considera che i due Paesi sono in conflitto per la gestione delle zone di pesca dei tonni e la zona nella quale furono uccisi i due pescatori è proprio una di quelle zone di pesca oggetto dell’aspro conflitto tra India e Sri Lanka.

 F.B.