Nassirya Eroe morto uranio impoverito

Gianluca Danise (Facebook)

E’ morto a soli a 43 anni Gianluca Danise, uno dei soldati coinvolti nel terribile attentato di Nassirya, in Iraq. Era il 12 novembre 2003 quando un camion cisterna pieno di esplosivo scoppiò davanti la base italiana dei Carabinieri. Gianluca, sopravvissuto a quell’ecatombe, fu colui che lavorò a 40 gradi all’ombra per ricomporre le salme dei suoi commilitoni e poter così restituire i resti alle famiglie.

La morte di Gianluca, veterano di tante missioni all’estero (Kosovo, Albania, Eritrea, Afghanistan, Iraq e Gibuti), è avvenuta a causa di un cancro molto probabilmente provocato dall’esposizione all’uranio impoverito. Si riapre così un dibattito che dura da anni, un tema sul quale troppo spesso ci sono state reticenze, bugie e depistaggi. E’ piuttosto verosimile, come spiega Domenico Leggiero dell’Osservatorio Militare, che la malattia abbia avuto inizio con la missione in Kosovo dove i soldati erano spesso e volentieri esposti a loro insaputa all’uranio. Ecco come lo stesso Danise raccontava la sua esperienza in un’intervista di qualche tempo fa: “Vedevamo gli americani e ci chiedevamo perché girassero bardati a quel modo. Sembravano marziani. Sembravano personaggi di quei film tipo Virus. Avevano attrezzature per maneggiare i materiali di cui noi non disponevamo. Non ci siamo mai chiesti perché loro fossero così equipaggiati, pensavamo fossero loro a esagerare. Dopo il Kosovo, al rientro dalla seconda missione che ho fatto in Eritrea, cominciai a leggere i giornali e mi si gelò il sangue. Era l’epoca in cui si iniziava a parlare dell’uranio impoverito. Speravo di non essere tra gli sfortunati. Invece nel 2010 è toccato anche a me. È partito tutto da un mal di orecchie e mi si è stravolta la vita”. Stravolta fino alla morte, proprio come quella di altri 321 soldati che secondo l’Osservatorio sono deceduti per le stesse cause.

Gianluca, che lascia la moglie e la figlia di un anno, sarà sepolto, come da sua espressa richiesta, in divisa e avvolto nella bandiera italiana. Come racconta Domenico Leggiero “Gianluca non ha mai smesso di credere nei valori di un soldato pur capendo che non sono gli stessi dei generali che avrebbero dovuto tutelarlo”.

F.B.