Caso marò, il perito: “Non furono loro a sparare, vi spiego perché”

Massimiliano Latorre e Salvatore Girone (Foto AFP/GettyImages)
Massimiliano Latorre e Salvatore Girone (Foto AFP/GettyImages)

I colpi mortali che ormai quattro anni fa uccisero i pescatori indiani della Saint Antony, nel golfo di Kerala sarebbero partiti da un’altra nave, la greca Olympic Flair, e non dall’Enrico Leixe, dove erano a bordo, come è noto, i marò, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, accusati dalle autorità indiane di quel delitto. Lo scenario inedito è stato illustrato oggi dal perito Luigi Di Stefano, intervistato dal quotidiano ‘Libero’.

Sarebbero dunque stati i contractor presenti a bordo dell’imbarcazione greca, il cui comandante denunciò l’assalto da parte di due navi pirata, a sparare. A sostegno di questa tesi c’è l’incongruenza sull’orario: i registri di bordo dell’Enrica Lexie riportano l’assalto alla Olympic intorno alle 18.30, quando cioè il comandante Enrico Vitelli viene avvertito dalla Guardia Costiera indiana, mentre la nave greca ha registrato l’assalto soltanto quattro ore dopo.

Sarebbe poco credibile la teoria per cui i contractor a bordo della Olympic, carica e ancorata, si sarebbero difesi dai pirati solo con gli idranti, inoltre il punto in cui sarebbe avvenuto l’attacco pirata denunciato, vista la presenza di moltissimi militari e mezzi, non sarebbe quello più adatto per un agguato. Secondo Di Stefano, infine, le autorità indiane sarebbero sempre state a conoscenza di queste incongruenze, ma non le avrebbero mai evidenziate.

Intervistato dal portale Intelligonews, Di Stefano aveva sottolineato già nei mesi scorsi: “Ci sono i documenti ufficiali che cambiano completamente la prospettiva. Gli indiani avevano fatto filtrare sapientemente sui media una parte di questi documenti per avvalorare la tesi della colpevolezza dei marò, ma il contenuto intero è rimasto per oltre 3 anni dentro i cassetti. Fortunatamente adesso sono usciti fuori. Avrà visto che ci sono anche testimonianze fotocopia e cambiano solo i nomi. Queste sono armi in più per l’Italia per sostenere che l’impianto accusatorio è campato in aria e non reggerebbe in nessun tribunale”.

GM