Strangolata a Firenze, l’assassino ripreso da una telecamera?

Ashley Olsen (Facebook)
Ashley Olsen (Facebook)

Proseguono le indagini sull’assassinio di Ashley Olsen, 35enne  di Summer Haven, trovata in casa morta, forse da almeno due giorni, nel pomeriggio di sabato 9 gennaio. Da quando si apprende, la giovane donna – che da tre anni aveva raggiunto il papà a Firenze e viveva nel quartiere di Santo Spirito, in via Santa Monaca – è stata ritrovata priva di vita dal fidanzato, il pittore Federico Fiorentini, 43 anni, che non è indagato e ha più volte ribadito la propria versione dei fatti.

L’uomo ha infatti spiegato: “Io e la mia fidanzata avevamo avuto una discussione, non ci parlavamo da tre giorni. Poi, sabato, continuava a non rispondermi al telefono e sono andato a casa a vedere che cosa era accaduto. Mi sono fatto aprire la porta dalla padrona di casa e l’ho trovata morta”. Gli investigatori intanto stanno passando al setaccio le immagini della telecamera di videosorveglianza che è collocata all’angolo di via Santa Monaca: in uno di quei frammenti video sono infatti convinti di individuare il volto dell’assassino della giovane.

Da una prima analisi, non ci sarebbero segni di scasso nella casa che la donna aveva affittato e non ci sarebbero segni di violenza sessuale, inoltre non viene confermata la notizia che il fidanzato della 35enne avesse graffi addosso. Il procuratore Giuseppe Creazzo ha evidenziato come le indagini siano ancora all’inizio: “Stiamo ancora verbalizzando le testimonianze e aspettiamo di conoscere gli esiti dell’autopsia che potrebbero dare alle indagini una svolta. Non ci sono indagati”.

Ma è il rapporto tra Ashley Olsen e il suo fidanzato a restare sotto la lente d’ingrandimento, mentre emergono alcune pagine di un libro che la 35enne aveva pubblicato su Instagram due settimane prima di essere uccisa: “Forse per noi è arrivato il tempo di chiudere definitivamente la nostra storia. Noi ci siamo già lasciati, questo era ufficiale, ma abbiamo sempre lasciato aperta una finestra di speranza, perché forse un giorno (magari dopo miei viaggi, magari dopo un anno lontani) avremmo potuto darci un’altra possibiltà. Noi ci amavamo. Non era questo il problema. È che non riuscivamo a capire come smettere di renderci reciprocamente infelici, in quella maniera disperatamente lancinante che ti strappa l’anima”.

GM