Giulio Regeni: troppi depistaggi e domande senza risposta

Giulio Regeni (foto dal web)
Giulio Regeni (foto dal web)

A cinque settimane dal rinvenimento del cadavere di Giulio Regeni, il ricercatore italiano scomparso il 25 gennaio, il cui corpo è stato ritrovato in un fosso alla periferia del Cairo, lo scorso 3 febbraio, è ancora buio fitto sulle cause di quel decesso, sugli esecutori del delitto e sugli eventuali mandanti. Secondo quanto scrivono Carlo Bonini e Giuliano Foschini su ‘Repubblica’, nelle ore immediatamente successive al ritrovamento del corpo ebbe inizio il tentativo della polizia egiziana di confondere le acque. Infatti, le persone più vicine a Giulio Regeni furono segretamente interrogate nella stazione di polizia di Dokki rispetto soprattutto alle sue inclinazioni sessuali.

Inoltre, già a dicembre la polizia cercò il giovane ricercatore nel suo appartamento. C’è poi un testimone chiave, un ragazzo italiano che ora vuole interrogare la procura di Giza e che agli inquirenti italiani ha raccontato: “Seppi quella sera della morte di Giulio. Me lo comunicarono nella sala d’attesa del commissariato. Mi avevano convocato ‘per farmi alcune domande’. Mi interrogarono in sei, forse sette. Non c’erano magistrati. Cominciarono a chiedermi di Giulio, dei suoi studi, delle sue relazioni al di fuori della ragazza con cui stava, se facesse uso di sostanze stupefacenti”.

Perché interrogare immediatamente tutti gli amici più vicini a Giulio senza darne avviso al nostro ambasciatore, Maurizio Massari, è una delle domande che ci si pone in queste ore, insieme a un’altra: perché non comunicargli ufficialmente che il corpo era già in un obitorio della città? Le forze di polizia volevano forse nascondere qualcosa, ad esempio in che condizioni era il cadavere? Questa la domanda posta dai due giornalisti di ‘Repubblica’.

Il mistero della fotografa

Il testimone chiave di cui viene garantito l’anonimato racconta poi di un’assemblea al Cairo del dicembre scorso, a cui interviene anche Giulio Regeni: “Eravamo insieme in una sala con un centinaio di persone. L’assemblea era stata convocata da una Ong che si occupa di diritti dei lavoratori per riunire il fronte dei sindacati indipendenti: in discussione c’era la legge sul pubblico im-piego e c’era da affrontare il nodo delle libertà sindacali. Non si trattava di una riunione particolarmente a rischio. Anzi. La notizia era circolata anche sulla stampa nei giorni precedenti, ed erano presenti anche diversi giornalisti. Giulio cercava materiale per la sua ricerca”.

“Furono registrati tutti gli interventi e al termine fu lui a fare interviste singole. Una cosa però ci inquietò” – prosegue il testimone – “Giulio si accorse che durante la riunione era stato fotografato da una ragazza egiziana, con un telefonino. Pochi scatti. Strano. Ne parlammo a lungo. Una delle possibilità è che fossero presenti informatori delle forze di sicurezza”. Il giorno della scomparsa del ricercatore, anniversario di piazza Tahrir, “bastava uscire di casa per incappare in un controllo. Nelle settimane precedenti c’era stato un clima di tensione e paranoia fortissimo, non solo nei confronti degli attivisti. C’erano stati controlli a tappeto negli appartamenti abitati da stranieri. Temo possa esserci stato un cortocircuito”.

Rapito per errore?

“Nel clima di paranoia e xenofobia è possibile che alcuni corpi, reparti, gruppi, abbiano scambiato Giulio, il suo lavoro, chissà per cosa. Il clima generale è quello. A volte basta essere stranieri e parlare arabo per destare sospetti. Nella retorica ufficiale, spesso, si attribuiscono a spie straniere complotti per sovvertire l’ordine e la stabilità del paese”, dice ancora il testimone chiave, che chiarisce infine sul rapporto di collaborazione con ‘Il Manifesto’: “Giulio non aveva mai collaborato né era entrato in contatto diretto con il Manifesto. Quell’articolo lo abbiamo scritto insieme e l’avevo proposto io al giornale con la garanzia dello pseudonimo. Ho saputo che la polizia egiziana ha chiesto ad altri amici comuni di Giulio, dopo la pubblicazione del 6 febbraio, notizie sulla presunta collaborazione di Giulio con il quotidiano”.

 

GM