Marco Prato (Facebook)

Marco Prato (Facebook)

“Dovevo morire io. Ho fatto una cosa orribile. Sono pentito”, queste – secondo l’avvocato Pasquale Bartolo che lo assiste – sarebbero state le parole di sfogo di Marco Prato, l’organizzatore di eventi gay accusato di essere uno degli assassini di Luca Varani, 23 anni, ucciso in un appartamento del quartiere Collatino, alla periferia di Roma. Il 29enne si trova nel carcere di Regina Coeli in isolamento e dovrà presentarsi davanti al giudice per le indagini preliminari per essere interrogato.

Emergono intanto sette pagine di messaggi e lettere scritte di getto dopo aver ingerito un’intera boccetta di Minias, un ansiolitico acquistato dal suo complice Manuel Foffo, in cui Marco Prato spiega le ragioni delle sue intenzioni suicide, parla della sua volontà di fare un’operazione per cambiare sesso e del dissenso della madre. Uno sfogo lungo, da parte di un giovane che sottolinea di aver difficoltà a convivere e a rapportarsi col suo corpo, in cui però non vi è alcun cenno all’atroce omicidio commesso poco prima.

Il particolare che non vi sia una parola di scuse o di pentimento per quanto commesso, come se vi fosse stata la rimozione totale del fatto di sangue, non è passato inosservato. Resta evidente che l’omicidio è stato comunque compiuto in totale stato di alterazione: Foffo e Prato hanno consumato 28 grammi di cocaina, mischiati con alcool e psicofarmaci per quasi duemila euro di spesa. Luca Varani, che sembra si prostituisse per guadagnare qualche extra, viene attirato nella trappola e si sente male dopo aver bevuto un mix di vodka, alcol e benzodiazepine, poi viene barbaramente ucciso. I dettagli raccapriccianti del delitto è Foffo a raccontarli nella sua drammatica confessione.

I fatti dell’atroce omicidio del giovane Luca Varani

GM