Giù i prezzi del grano: produttori sul piede di guerra

(Christopher Furlong/Getty Images)
(Christopher Furlong/Getty Images)

Secondo le stime di Coldiretti i prezzi del grano duro nel 2016 sono crollati del 31% rispetto all’anno scorso con valori al di sotto dei costi di produzione: colpa di diversi fattori, dal contesto internazionale instabile alla mancanza di norme che regolino il mercato. A rischio vi sono 300mila aziende agricole e 2 milioni di ettari di terreno, soprattutto al Sud, ma è probabile anche un’impennata dei prezzi di vendita al dettaglio.

A ilfattoquotidiano.it Paolo Abballe, dell’area economica di Coldiretti, spiega: “Si è ulteriormente allargata la forbice tra i costi di produzione e quelli fissati per il consumatore. Dal grano al pane i prezzi aumentano del 1.450% con il frumento che oggi è pagato come trenta anni fa. Dal grano duro alla pasta il prezzo cresce invece del 400 per cento”. Gli fa eco il responsabile dell’area Produzioni cerealicole di Confagricoltura, Mario Salvi: “Sfatiamo il mito che il nostro grano non è di qualità”.

Poi aggiunge: “Il punto è che spesso quello ad alto contenuto proteico viene mescolato con frumento più scadente dal punto di vista delle caratteristiche organolettiche”. Sulla questione, è intervenuto anche il Codacons con un esposto, intanto – di fronte ai prezzi in picchiata – il 29 giugno la commissione prezzi della Camera di commercio di Foggia, per non alimentare le tensioni tra produttori e industriali, non ha quotato il grano.

Rischi per la pasta made in Italy

Ma le tensioni esistono e non le nasconde il presidente di Confagricoltura Mario Guidi, che ha lanciato l’allarme sui “prezzi da discount” e sul rischio che “dal prossimo anno sia sempre meno la pasta made in Italy, fatta con grano italiano”. Quindi ha alzato i toni della polemica: “L’industria non pensi che quest’anno anche noi agricoltori faremo i saldi di stagione”. Le sue parole sono chiare: “Occorre distribuire le perdite, come i guadagni, tra agricoltori, stoccatori, molini e pastifici”.

Grano d’importazione e pochi investimenti

A pesare è anche il fatto che l’Italia produce, infatti, 3 milioni di tonnellate di frumento tenero all’anno per la produzione di pane e biscotti, pari al 50% del fabbisogno, e oltre 4 milioni di tonnellate di grano duro per la pasta (il 60% del fabbisogno), mentre il resto lo importa. Principalmente da Turchia e Ucraina, dove i prezzi sono rispettivamente raddoppiati e quadruplicati. Chiarisce Abballe: “Ogni anno alle importazioni di grano destinato all’industria se ne aggiungono altre in chiave speculativa da diversi Paesi che si concentrano nel periodo a ridosso della raccolta e che influenzano i prezzi delle materie prime anche attraverso un mercato non sempre trasparente”.

“Quest’anno il nostro raccolto è stato più cospicuo, quindi i mugnai avranno molta disponibilità e, in questi casi, il prezzo rischia di scendere”, rileva invece Salvi, ma “i grossi importatori di cereali acquistano da diversi Paesi a settembre, quando il raccolto italiano è stato chiuso e inizia a essere disponibile quello canadese”. Aggiunge il leader di Confagricoltura: “Gli industriali creano una scorta strategica in caso il prezzo del grano italiano salga, ma negli ultimi anni il fenomeno delle importazioni a settembre è diventato regolare. Bisogna coglierne i segnali”. Le parole d’ordine per salvare il mercato sono due: ammodernamento e incentivi.

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GM