Terremoto, ricostruisce le vite degli altri, la sua è andata in pezzi

ULTIMO AGGIORNAMENTO 18:02
Carlo Grossi (Websource/archivio)
Carlo Grossi (Websource/archivio)

La terra ad Amatrice continua a tremare, in maniera più lieve rispetto alla prima notte, ma non si ferma. Intorno continuano i crolli e c’è chi inerme osserva casa propria distrutta. Ci sono tante storie che si intrecciano, c’è quella di Claudio, 21 anni e una vita da rifare. Poi c’è Carlo Grossi, 58 anni, sguardo d’acciaio, in prima linea per soccorrere chi è sepolto dalle macerie. Per lui si accavallano i ricordi è il suo quarto terremoto, ne ha viste tante nel suo lavoro e ha sempre pensato che la cosa peggiore era avvisare chi era rimasto vivo che aveva perso tutti i suoi cari. Per l’uomo questo è il suo lavoro, certo con la sua dose di coinvolgimento emotivo, ma comunque il suo lavoro. Questa volta però sembra tutto diverso, Carlo non si ferma, non può fermarsi, altrimenti tornerebbe a casa e prenderebbe qualcosa per dormire. Ogni tanto si ferma a piangere. Il dolore è troppo forte e non si placa. Quella maledetta notte l’uomo aveva capito sin da subito tutto. I telefoni erano morti e allora cosa fare se non cercare e scavare sino al tragico ritrovamento. Carlo ha perso entrambi i suoi figli.

Una vita di volontariato, ad aiutare gli altri, infermiere presso l’Umberto I, ha vissuto il terremoto del 79′ all’Aquila e quello del 2012 a Modena. Carlo non ci può credere e racconta tutto con dovizia di particolari. Quella notte lui era a casa a Fara Sabina, è divorziato da poco e i figli erano con la madre ad Amatrice. Franco, 23 anni e Anna 21 non rispondevano al telefono. L’uomo quindi si è messo in auto insieme ad un amico e ha raggiunto il posto. Un silenzio assordante riecheggiava intorno a lui. La voce spezzata dalle lacrime racconta: “Il cane addestrato ad individuare i corpi ci ha indicato un punto dove scavare. Con il sostegno dei miei amici ho trovato la forza per continuare a cercare. Dopo un po’ ho trovato la mia ex moglie Lucia, era messa male, ma parlava. Poi ho scorto una coda di cavallo, era mia figlia. Lei dormiva sempre insieme alla madre. A quel punto il cane ha continuato ad abbaiare indicandoci un altro punto dove scavare. C’era un altro cadavere e questa volta era quello di mio figlio Franco”. Carlo non ha perso la lucidità e ha subito attaccato al collo dei propri cari un cartellino con nome, cognome e data di nascita dopo averli portati nel centro di raccolta. Per lui una vita ormai spezzata che vive di ricordi del passato che racconta tra un singhiozzo e l’altro.

Antonio Russo